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Lupi, volpi e pecore: le scorrerie del potere

esperimento milgram, politica, condizionamento, platone, kant, potere, golpi e lupi, machiavelli, la forza della manipolazione, autorità, esperiemtni autorità, reality zone extrem“Ciò che si chiude nel persistere, già è il Pietrificato” (Rilke)

Il potere sopprime il fato. Soprattutto il potere che mira al consenso, quello che è dunque l’abilità di ricevere obbedienza da parte di “altri”e che, il più delle volte, traligna nel significato di autorità.
Questa è la nostra epoca, dunque l’unica – per ora- consona ad accogliere le domande che banalmente vengono semplificate in quesiti circa la linea sottile che demarca la manipolazione delle menti e la libertà intellettuale individuale, i condizionamenti psichici che si radicano nelle menti e l’identificazione personale tramite il consenso, come peculiarità costitutiva dell’essere umano. L’Io esiste in “relazione a”, l’Io è in quanto “parte di”. Più profondamente questi interrogativi conducono a riflettere, oltre che sul piano sociologico- antropologico e sul piano filosofico, su quello personale e spirituale più sottile e che mostra una strada verso l’evoluzione.
Voglio partire da un noto esperimento, condotto nel 1961: l’esperimento Milgram, che aveva come obiettivo quello di studiare il comportamento di soggetti a cui un’autorità ordinava di eseguire delle azioni che confliggono con i valori etici e morali dei soggetti stessi. Di fronte a un quadro di controllo di un generatore di corrente elettrica alcuni individui a cui veniva assegnato il ruolo di “insegnanti”, sotto la supervisione dell’autorità ( uno scienziato), dovevano rivolgere delle domande inerenti ad associazioni mnemoniche e apprendimento ad altri individui ( allievi) , i quali avrebbero ricevuto scosse elettriche di diversa e progressiva intensità. In realtà le scosse non erano reali ma chi le infliggeva era ignaro e costretto a sentire lamentele e urla i dalla vittima. Sotto la costante esortazione dello scienziato ( autorità) che ripeteva frasi del tipo “l’esperimento richiede che lei continui”, “è assolutamente indispensabile che lei continui”, “non ha altra scelta, deve proseguire”, i finti insegnanti si dimostrarono ubbidienti,nonostante le proteste verbali. Un’obbedienza giustificata dal potere, per la quale mi deresponsabilizzo e non sono io il colpevole, piuttosto, eseguo un’azione necessaria che mi viene imposta dall’esterno.
Come appare evidente, i risultati mostrano chiaramente quanto un individuo che viene percepito come autorità, riesca – solo per il fatto di “ricoprire” questo ruolo – ad influenzare pensiero e azione dell’uomo “dall’altra parte”. Una sorta di out sider che per paura di non “riconoscersi”, di “non appartenere” , ubbidisce alle regole. L’esperimento è stato poi riproposto nel 2009 dal regista Christophe Nick in un reality show-documentario dal titolo “Zone Xtreme“: cambiano le epoche ma i risultati sono i medesimi.
Machiavelli parlava di lupi e volpi. Questo è il tempo, probabilmente come lo era quello dei Medici, in cui i lupi non vengono più passivamente accettati, ma si volge lo sguardo alla golpe astuta, “gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare.”
Un’epoca, la nostra ( perché qui ed ora, ma non l’unica!), in cui si desidera di essere comandati, si anela all’ adesione husserliana, ma si prega a gran voce di essere omertosi. Dobbiamo obbedire ma non dobbiamo accorgercene.
Ma un ‘epoca in cui la riappropriazione del sé deve avvenire, attraversando gli anfratti del mondo conoscibile ed esperito, sbirciando fuori della Caverna, osservando le ombre, il fuoco, il sole. Rivisitando il “già appreso”, abbandonando- sia pure momentaneamente- le categorie pregiudiziali dell’imposizione, del senso del dovere. E non per spirito di contraddizione o di trasgressione, ma per recuperare l’essenza, al di là dell’esperibile, per abbandonare gli a-priori kantiani, le categorie naturalistiche, le scienze. L’Io in funzione di sé, avvolgendosi  nel sè, giunge al discernimento di ciò che è. Senza aggettivazioni, senza ordini imposti, senza autorità. Libertà come essenza. Essenza come verità.

Ecco un video sull’esperimento Milgram e sul Reality Zone Extreme

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Il vero aspetto delle cose

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Eppure come un cane che alza il muso e annusa l’ aria

batti sempre la tua pista solitaria

e faccia dopo faccia e ancora traccia dopo traccia

torni dove niente ti aprirà le braccia…

 

Non bisognerebbe mai ritornare, canta il buon vecchio Guccio. Freud le chiamava coazioni a ripetere, Bacone parlava di solchi, De Montaigne diceva che l’abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose.
Insomma : siamo immersi nel magma dell’abitudinarietà. Tendiamo a calcare sempre gli stessi passi, a percorrere le medesime vie, a compiere le stesse azioni. Questo dona un grande conforto e una sensazione di sicurezza. Ѐ come se poco a poco, giorno dopo giorno, fossimo impiegati fisicamente nella costruzione di uno steccato. Il nostro personalissimo steccato per il nostro splendido recinto, il quale protegge il piccolo mondo edificato con tanta fatica e nel quale siamo rintanati. Ma dovremmo iniziare a saper distinguere le abitudini sane da quelle malsane. Chi non si mette in discussione, mai, continua a calcare quella stessa strada che, inevitabilmente, conduce ad azioni già viste, a volti già conosciuti, ad errori già commessi. Quanto più cresciamo, tanto più ci radichiamo in noi stessi e il confronto con il prossimo potrebbe essere inutile. I solchi, anno dopo anno, diventano talmente profondi che anche se tentassimo di cambiar rotta, ricadremmo nello stesso sentiero, ormai già tracciato, ormai segnato.
Allora abbandonare la stanzialità non significa rincorrere un nomadismo animale, ma cercare di stornare – per qualche attimo- i pensieri reali e non contaminati su un territorio neutro, puro, scevro delle corruzioni che noi stessi, per paura e per difesa, abbiamo instillato. Abbandonare lo sguardo ottuso e osservare così la realtà da un’altra prospettiva, con gli occhi liberi di chi vuol vedere e non guardare.
Il cambiamento non per imposizione, ma per scelta. L’elasticità non come opposizione alla rigidità, ma per autentico desiderio di miglioramento.

Vedi anche questo post : “Libertà è scegliere”

Idola e favole: nel dubbio le risposte

diffidare, dubbio, filosofia, idola bacone, francesco saba sardi, onnifavola, parte destruens bacon, pregiudizi, diffida, semiotica, semiotica e filosofiaConciliare la conoscenza con il dubbio. Diffidare. Dubitare di tutto, del detto, del non detto, del fatto, dello scritto. Se lo scrivi lo sai. Se lo sai, però, non scriverlo. Tutto ciò di cui siamo a conoscenza è una favola. Come rende noto Francesco Saba Sardi, nel suo pregno e compatto testo “L’onnifavola”, da sempre tutto quello che immagazziniamo come sapere è una favola, poiché sottoposto alle sempiterne regole del potere. Il potere che oggi ha le sembianze del capitalismo, nel senso di :

indispensabile dilatazione e conquista di sempre nuovi terreni vergini: forma parassitaria di neoconquista, rapina e sfruttamento.
Esso affonda le proprie radici nella sua credibilità, una funzione che deve essere interiorizzata, ossia deve apparire come la rivelazione che senza il potere gli umani sarebbero ciechi, sperduti e infelici. (1)

Chi affermerebbe una cosa simile? Chiunque potrebbe ammettere l’esistenza del potere, inteso in quest’ottica e in riferimento ai media, alla scrittura, alla letteratura, ma chi sarebbe pronto ad asserire con assoluta certezza che ciò che legge, scrive e pensa è un derivato degli schemi, per così dire, dell’eterna manovra del potere? Egotici del duemila, non siete migliori degli altri! Non siete più “liberi” degli altri, non siete più dotti degli altri. Tutto risponde alle regole del potere. Per essere sapienti non basta ammucchiare informazioni; la conoscenza non ci viene infusa dai libri, né dalla mera esperienza. Saba Sardi ci parla della parola come scrittura autentica, non della letteratura, essa in prima linea è sottoposta alle regole del potere ( segue infatti una pedissequa struttura).

Ѐ dunque la liberazione dall’artificio che crea l’autenticità. Se trasportassimo questi ragionamenti (che non seguono volutamente un filo, né la struttura imposta nelle scritture saggistiche o romanzesche) su di una dimensione più totalizzante del sapere, ci ritroveremmo dinnanzi al vecchio problema degli idola baconiani, i pregiudizi dai quali dobbiamo liberarci per avere una visione più aderente alla realtà e più nitida. Personalmente ritengo che questa sia l’epoca degli idola fori, pregiudizi della mente derivanti dal linguaggio, dalle convenzioni sociali che esso produce e da cui è difficilissimo disincagliarsi.
Dunque in quest’epoca in cui il sapere è più accessibile e in cui la conoscenza sembra essere a portata di mano, in cui i molti sanno di sapere, sprezzanti della minaccia incombente della superbia, della prigionia capitalistica, dei legami potentissimi con i vari idola contemporanei, probabilmente- e ribadisco probabilmente- l’unica strada da seguire, ammesso che sia quella giusta, è il dubbio. Il dubbio come via per cominciare e ricominciare ogni giorno, come la chiave che schiude un piccolo portone di una possibile verità e che ne spranga un altro, momentaneamente, il dubbio come vademecum da consultare ogni volta che si pensa di aver compreso qualcosa.

(1)Francesco Saba Sardi, L’onnifavola- azzardosa incursione nei recinti di semantica e linguistica-, Bergamo, Bevivino Editore, 2010.

La memoria di Deianira

La scrittura orientata su vecchie storie, e anche su miti, non è più oggi il segno di una debolezza dell’invenzione, ma il rifiuto di una corsa insensata a moltiplicare varianti su intrecci esauriti.
Ogni volta che vedo un film o leggo un racconto mi trovo nella sgradevole situazione di già sapere in anticipo le battute degli attori o lo sviluppo di una finzione, e molto spesso su una base tanto piatta.
Non credo che sia più un risultato importante trovare nuove trame quanto piuttosto altre scritture.

 

220px-Deianera, olio su tela Evelyn de Morga, Bruno Pompili, racconti taranto, racconti Bruno Pompili, racconti brevi, miti gregi, mitologia greca, scrittura,Comunicazione, comunicazione verbale, comunicazione non verbale, creativaLe linee del corpo pallido di Deianira si confondono con le pieghe delle lenzuola; restano visibili macchie ormai asciutte di sudore, e appena più scuri triangoli d’ombra.

Non era sempre stata così pallida. Al contrario, una bambina ombrata che si nascondeva nella sera, e rispondeva solo alla chiamata del nome; poi smise. Da allora appariva e spariva a propria volontà, oscura nella notte, chiara al sole, e dunque inafferrabile.

Più tardi sembrò che ciò dipendesse dall’amore confuso, a se stessa inconfessato a lungo, orientato su Nesso, prestigioso fra i centauri, prima di unirsi per la vita e per la morte a Ercole.

Ercole era molto esigente e l’altro aveva qualche problema nell’approccio, inizialmente a causa delle quattro gambe, o quattro zampe; ma una volta entrato in rapporto, Nesso la travolgeva e poteva restare indimenticato se ci fosse stata una vera collaborazione.

Il legame ufficiale e stabile con Ercole era comunque buono, quasi come il galoppo del centauro, e alla fine divenne dominante, assoluto, e aveva estirpato ogni memoria: come un passato sognato che non chiedesse più di essere rivissuto neppure in sogno.

Deianira era dunque libera, senza sapere tutto, come invece riteneva nella sua tranquillità; solo inquieta quando Ercole, chiamato Eracle nella sua tribù, si spostava per il mondo, per grandi imprese e per lavori faticosi rifiutati da tutti.

Lei capiva che, viaggiando, doveva sicuramente incontrare persone di ogni genere, e anche femmine di qualità, certamente capaci di impressionarlo. Per il momento era sicura di sé e, molto giovane, non poneva problemi di nessun tipo. La memoria recente le bastava, quella remota non tornava.

Nesso tuttavia la seguiva di nascosto, e con molti trucchi riusciva a non farsi scoprire; un gioco anche per lui. Finché la vide addormentata, nuda, pallidissima e confusa con le linee ingarbugliate delle lenzuola, macchie numerose di sudore e rari triangoli scuri sparsi nelle pieghe, defilati negli accumuli delle stoffe, con altre Deianire stanche e sudate, un gioco di specchi che rovesciava immagini e memorie.

Quando Nesso si fece scorgere, per una scelta forse improvvisa, la memoria di Deianira rifluì tutta in un colpo; fu facile cosa e lunga corsa a nasconderli nelle gole inesplorate del monte Pelio.

Se per tanto tempo scompariva e riappariva agli altri, ora si assentava da se stessa. Una nebbia si muoveva dentro di lei e alterava riflessioni, celava ogni immagine che potesse orientare passi e parole. Per questo aveva anche smesso di parlare, dominata da un presente che non le apparteneva; e infine non si ritrovava in nessuno, né a se stessa tornava riconoscibile.

Non si dava a Nesso, era lui che la prendeva.

Poi il fiume dove viveva, o passava il proprio tempo, si fece quieto e diverso; era lo stesso fiume che aveva ostacolato il suo incontro con Eracle prima di esserne vinto, e in un lungo periodo di secca parlò, come uno che sta per morire e vuole essere pacificato. Mosse per primo frammenti di ricordo, e Deianira voleva metterli in ordine, collegarli.

Di fronte alla sua assenza di mente e poi di corpo, Nesso trovò che non si compiaceva ormai più di nulla; era dunque venuto il momento di andare altrove. Partì e il silenzio lasciato fu riempito dalla più antica memoria di Deianira, che ricostruì la sua casa, aspettando il ritorno di Eracle, con molta pazienza sapendo di dover nascondere una fase inspiegata dell’attesa.

Tutti i suoi dubbi, le sue incertezze nella comprensione degli eventi, si orientarono a cercare una causa remota che ne alleggerisse la confusione. Pensò infine che la colpa era di Eracle, che le sue assenze erano troppe e troppo lunghe, che certamente trovava altrove quel che lei non gli dava: se così era.

Prima giustificò a sé il suo lungo intervallo con Nesso, poi si fece nascere immagini e fantasmi, che erano sempre femmine avvinghiate al suo sposo, alle quali lui non resisteva mai.

E infatti, proprio secondo la sua certezza, Eracle tornò con una carovana di prigionieri, ricchezze e schiave, alcune delle quali abbacinarono i suoi occhi per eleganza, proporzioni e insolita armonia. La bellezza dominante fra tutte aveva un nome, ma lei si rifiutò di memorizzarlo; lo sentiva e lo dimenticava.

Eracle le mostrò, senza aprire discorsi, che nessuna poteva mai offuscare in lui la sua immagine e Deianira fu liberata da un incantesimo, quella nebbia che Nesso aveva alzato dentro e intorno a lei. Ora anche il nome di Iole, la incomparabile estranea, poteva essere pronunciato come un suono qualsiasi.

E infine ottenne che al prossimo viaggio lo avrebbe accompagnato. Questa promessa era una luce, e le ombre erano solo insetti soffiati via dalla brezza.

Il giorno di un nuovo viaggio arrivò, e la partenza fu in ordine con le promesse fatte.

C’era da aspettarselo che le stagioni cambiassero, che i guadi dei fiumi fossero impraticabili, e che a traghettare i viandanti ci fosse una volta o l’altra, in un qualche fiume, proprio Nesso, che aveva avuto il compito di farlo.

Sciocca presunzione, orgoglio smisurato, e così Eracle si spinse nei gorghi, con successo, ma affidando Deianira alla groppa del suo rivale sconosciuto.

Sentire le cosce di Deianira stringergli il dorso scatenò in lui un galoppo senza limiti; subito suscitò nebbie su tutte e due le rive del fiume, nei boschi tutt’intorno, e la corsa fu senza tempo per sé e per la sua padrona, che si reggeva alla criniera, in parte guidandolo e in parte trascinata senza freni.

Eracle era un grande e non esitò a cercarli, e non faticò a trovarli. Una sola freccia fu sufficiente a raggiungere Nesso da molto lontano, e il Centauro capì la propria follia. La freccia arrivò da così distante che il veleno si attenuò in parte e ci fu il tempo per un lungo discorso.

Spiegò a Deianira, mentendo, che un piccolo vaso del suo proprio sangue sbiancato dalla morte – non parlò di veleno – andava conservato, e se usato per intingervi un indumento di Eracle, lo avrebbe fatto tornare sempre da lei, annullando qualsiasi prestigio di qualsiasi altra donna. Nascondeva quel che aveva capito, e che lo stava uccidendo: la freccia era intrisa con l’inestinguibile sangue dell’Hydra.

Sembrò un incidente di viaggio, consueto, e finito bene.

Di nuovo Deianira ebbe qualche difficoltà a orientarsi e a ordinare gli eventi. Le apparve che ad ogni villaggio incontrato ci fosse una Iole in agguato, e forse c’era, e per certo la vedeva. Più lei la guardava che non lo stesso Eracle; se ne incantava più ancora che ammirarla; ma alla fine, per essere convinta dello sguardo di lui e anche dei propri, decise che era il momento di mettere alla prova il dono di Nesso.

Stanco del viaggio, e dopo una notte poco soddisfacente, sembrò a Deianira che il suo compagno dovesse rivestirsi e acquietarsi. La camicia preparata dalle sue mani rivestì il corpo nodoso di Eracle, che rinvigorito si alzò e si diresse alla cima di una boscosa collina per incontrare il sole nascente. L’incontro col calore e con la luce accese il suo corpo e lo consumò.

Deianira lo capì vedendo i buchi che si erano formati su altre stoffe, esposte al calore del fuoco e casualmente toccate da quel sangue bianco, e solo in quel momento capì l’inganno. Non attese che l’incendio scendesse dalla collina verso l’accampamento, come già stava avvenendo; si uccise sul proprio letto, entrando lentamente in una nuova nebbia.

Tutti fuggivano e nessuno poté aiutarla; né Deianira avrebbe voluto. Non sapeva dove andava, ma certamente non chiedeva di essere ritrovata, né volutamente, né per destino o per caso.

Ricordare sarebbe stato di una grande fatica, e anche dimenticare.

 

Di Bruno Pompili

 

 

Chi sarò alla fine, in quanti moriremo?

dylandog91, dylan dog, chiaverotti, tiziano sclavi, grassani&montanari,Comunicazione, comunicazione verbale, comunicazione non verbale, comunicazione persuasiva, persuadere, pubblicità persuasiva, semiotica del testo, semiotica dei… Chi sarò alla fine,

in quanti moriremo?

( Giuseppe Conte)

Primo uggiare qui. Le giornate si accorciano, il crepuscolo è più vicino e c’è bisogno di sicurezza. Lenzuola pulite, copriletto damascato: abbraccio rassicurate e avvisaglia del sopraggiungere dell’autunno, poi, tristemente, dell’inverno. E giù con un sacco di “copertine di Linus” per farcelo passare. Ma va bene così. La luce fioca sul comodino, l’aria appena frizzante che filtra attraverso le tapparelle abbassate, i giochi di luce riflessi sulla parete. Reminiscenze di una vita vissuta, nostalgia di un’epoca trascorsa e mai afferrata, consapevolezza di conoscere qualcosa che non si conosce.
Guardo l’orario: solo mezzanotte. Scelgo un numero, uno a caso dalla collezione: 91
Dylan dog, 3000 lire di Chiaverotti,  Montanari & Grassani. Metamorfosi. Ho l’acquolina agli occhi. Si può dire? Sì. Lacrimo, insomma. Sarà la polvere sulla copertina. Mmm… La conosco a memoria quella storia e ogni volta, prima di leggerla, mi soffermo e mi domando: scambio di menti e corpi? Così è spiegato nel volumetto di Sclavi, quella è la vicenda di una donna bruttissima e depressa che si sveglia nel corpo di una splendida femme fatale e di una splendida femme fatale che si sveglia nel corpo di una donna bruttissima e depressa, ma che poi etc etc.
Magia e incantesimi a parte, chissà in quanti corpi ci siamo reincarnati. E non parlo dello scambio tra la brutta Maude la bellissima Rebecca, parlo di quanto, spesso, ci ritroviamo in presenza di chiari segni che attestano la nostra esistenza in vite precedenti. Metempsicosi. Il buon Platone, se la memoria liceale non m’inganna, ci ha parlato di trasmigrazione dell’anima. Immortale, idea eterna che si reincarna in molteplici corpi nel suo imperituro viaggiare. E il corpo, una gabbia che non le consente di ascendere alla purezza assoluta, qualcosa del genere o giù di lì.
Le vignette si fanno un po’ sbiadite, le lettere le leggo a malapena, la prigione, la prigione…:dylandog91, dylan dog, chiaverotti, tiziano sclavi, grassani&montanari
Credo di dormire.
Mi sveglio, oggi è un giorno diverso. Oggi so. So che imparerò tutto da sempre e per sempre, dall’attimo in cui non ha avuto inizio fino a quando non finirà la mia esistenza. Conoscerò l’importanza della vita, della non vita, dell’amore, degli affetti, del potere e della schiavitù, conoscerò l’uomo e la donna, sperimenterò la bruttura della guerra e della fame, rinascerò ricco o ricca, cieco o storpio, bella e ignota, stupido e ingrato. Fino al tempo in cui ci sarà tempo e dal momento in cui mi è stato elargito, ho avuto e avrò modo di essere, esistere, conoscere.
Stamane rinasco, in un nuovo giorno, in un altro corpo. Sono nel grembo di quella che è stata mia moglie per tanti anni, della quale non ho saputo apprezzare le cure, l’amorevolezza, l’affetto puro e incondizionato. Fluttuo nella placenta agitando i piedini e mi accorgo di essere femmina. Avevo distrutto tutto ed ora chissà che farò, sarò accolta amorevolmente in un modo a cui non sono avvezzo, in un’identità sessuale alla quale dovrò abituarmi: sarò capace di farmi amare? Oh , non lo so, ma di sicuro, stavolta, sarò capace di rispettare quell’amore.

Adotta una parola anche tu!

parole-scarabeo-adotta una parolaCome riporta il Corriere della Sera on line c’è un gioco nato per tutelare l’italiano che scompare, ad opera della Società Dante Alighieri, che dal 1889 si propone diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, dal nome adotta una parola.

In collaborazione con quattro dizionari d’italiano (Devoto Oli, Garzanti, Sabatini Coletti e Zingarelli) ha selezionato le parole in via d’estinzione nella nostra lingua.

Sul sito dell’iniziativa, chiunque ami l’idioma del bel paese può scegliere una parola, adottarla e diventarne il custode per un anno, impegnandosi a promuoverne l’utilizzo, segnalarne abusi e registrare nuovi significati. L’aspirante custode deve indicare la motivazione della scelta e sottoscrivere una dichiarazione simbolica d’impegno: in cambio, riceverà un certificato (digitale) di adozione.

Queste le parole con cui giocare:

affastellare, contrito, delibare, diatriba, emaciato, fandonia, fronzolo, stantio, fuggevolezza, improntitudine, leziosità, lusingare, narcisistico, perseveranza, presagire, propinare, uggioso.

E questo un piccolo, personale, trastullo:

E lezioso il vento carezza il tuo volto emaciato e contrito, nella fuggevolezza di quell’attimo che presagisce, in quell’ odore stantio e in quel pomeriggio uggioso, il tuo essere irrimediabilmente così narcisista. La tua perseveranza ti punirà! L a diatriba sempre accesa tra i cuori e le menti di chi, come noi, propina con ferma improntitudine il suo essere, tra le fandonie e i fronzoli di questo mondo falso. Falso. Falso.

Affastellare pensieri. E nient’altro.

QUANDO TRAMONTANO LE STELLE

Steve Jobs, Nietzsch, Hegel, morte steve jobs, apple, visionario, bersaglio, realtàDue parole: irragionevolmente grande. Il genio, l’artista, l’esaltato, il folle. Il tramonto di una stella con la sua scia di chiarore pronta a dissolvere, e pur sempre irragionevolmente grande, luminescente nella memoria. Ecco perché Steve Jobs non è la rivoluzionarietà di un marchio contraddistinto dai connotati di un sicuro successo, ed ecco perché si sprecheranno parole per raccontare chi di sè non volle mai narrar nulla. La riservatezza del genio che persegue e che cerca ancora piuttosto che divenire il più ricco nel cimitero. Il pensare diversamente oltre le ceneri del grande zero. Pensare. Lontano dagli squittinatori, dai lauri, dagli incensi dispensati per melliflua riverenza, lontano ed indifferente alle invidie insolenti, alla polverizzazione delle torme. Il suo geist è lo stesso che armò la filosofia di Hegel e Marcuse, non una proto-filosofia hacker conchiusa nel concetto stesso di semplice sovversione, ma una riconnessione tra tempo ed esistenza, tra l’urgenza del lavoro e il lavoro come libera prassi. Soggettività ed innovazione quali in antitesi alla seduzione che deriva dalla libido verso l’effimero e dalla ristrutturazione radicale d’ogni istinto rimosso, che anela al piacere di una felicità reale, fuori dall’ombra bugiarda dei totem. La stella tramonta conservando in sè il rapporto di dominio tra principio e causa, è la prassi che segue l’ideologismo gnoseologico di Nietzsche prima, di Michelstaedter poi, e che, impugnando stretta la propria vita, supera l’obliqua esistenza e continua a cercare, come il suo perdurante chiarore.

A Steve Jobs.

Al Genio.

Al Folle.

All’Artista.

esplosivo, steve jobs, filosofia, realtà, bersaglio, fare centro, morte, hegelDi Nitro Cardano