Il vero aspetto delle cose

solchi, cambiamento interiore, crescita spirituale, de montaigne, freud, coazioni a ripetere, guccini, non bisognerebbe ami ritornare, ripetere le stesse azioni, aforismi, change

Eppure come un cane che alza il muso e annusa l’ aria

batti sempre la tua pista solitaria

e faccia dopo faccia e ancora traccia dopo traccia

torni dove niente ti aprirà le braccia…

 

Non bisognerebbe mai ritornare, canta il buon vecchio Guccio. Freud le chiamava coazioni a ripetere, Bacone parlava di solchi, De Montaigne diceva che l’abitudine ci nasconde il vero aspetto delle cose.
Insomma : siamo immersi nel magma dell’abitudinarietà. Tendiamo a calcare sempre gli stessi passi, a percorrere le medesime vie, a compiere le stesse azioni. Questo dona un grande conforto e una sensazione di sicurezza. Ѐ come se poco a poco, giorno dopo giorno, fossimo impiegati fisicamente nella costruzione di uno steccato. Il nostro personalissimo steccato per il nostro splendido recinto, il quale protegge il piccolo mondo edificato con tanta fatica e nel quale siamo rintanati. Ma dovremmo iniziare a saper distinguere le abitudini sane da quelle malsane. Chi non si mette in discussione, mai, continua a calcare quella stessa strada che, inevitabilmente, conduce ad azioni già viste, a volti già conosciuti, ad errori già commessi. Quanto più cresciamo, tanto più ci radichiamo in noi stessi e il confronto con il prossimo potrebbe essere inutile. I solchi, anno dopo anno, diventano talmente profondi che anche se tentassimo di cambiar rotta, ricadremmo nello stesso sentiero, ormai già tracciato, ormai segnato.
Allora abbandonare la stanzialità non significa rincorrere un nomadismo animale, ma cercare di stornare – per qualche attimo- i pensieri reali e non contaminati su un territorio neutro, puro, scevro delle corruzioni che noi stessi, per paura e per difesa, abbiamo instillato. Abbandonare lo sguardo ottuso e osservare così la realtà da un’altra prospettiva, con gli occhi liberi di chi vuol vedere e non guardare.
Il cambiamento non per imposizione, ma per scelta. L’elasticità non come opposizione alla rigidità, ma per autentico desiderio di miglioramento.

Vedi anche questo post : “Libertà è scegliere”

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Idola e favole: nel dubbio le risposte

diffidare, dubbio, filosofia, idola bacone, francesco saba sardi, onnifavola, parte destruens bacon, pregiudizi, diffida, semiotica, semiotica e filosofiaConciliare la conoscenza con il dubbio. Diffidare. Dubitare di tutto, del detto, del non detto, del fatto, dello scritto. Se lo scrivi lo sai. Se lo sai, però, non scriverlo. Tutto ciò di cui siamo a conoscenza è una favola. Come rende noto Francesco Saba Sardi, nel suo pregno e compatto testo “L’onnifavola”, da sempre tutto quello che immagazziniamo come sapere è una favola, poiché sottoposto alle sempiterne regole del potere. Il potere che oggi ha le sembianze del capitalismo, nel senso di :

indispensabile dilatazione e conquista di sempre nuovi terreni vergini: forma parassitaria di neoconquista, rapina e sfruttamento.
Esso affonda le proprie radici nella sua credibilità, una funzione che deve essere interiorizzata, ossia deve apparire come la rivelazione che senza il potere gli umani sarebbero ciechi, sperduti e infelici. (1)

Chi affermerebbe una cosa simile? Chiunque potrebbe ammettere l’esistenza del potere, inteso in quest’ottica e in riferimento ai media, alla scrittura, alla letteratura, ma chi sarebbe pronto ad asserire con assoluta certezza che ciò che legge, scrive e pensa è un derivato degli schemi, per così dire, dell’eterna manovra del potere? Egotici del duemila, non siete migliori degli altri! Non siete più “liberi” degli altri, non siete più dotti degli altri. Tutto risponde alle regole del potere. Per essere sapienti non basta ammucchiare informazioni; la conoscenza non ci viene infusa dai libri, né dalla mera esperienza. Saba Sardi ci parla della parola come scrittura autentica, non della letteratura, essa in prima linea è sottoposta alle regole del potere ( segue infatti una pedissequa struttura).

Ѐ dunque la liberazione dall’artificio che crea l’autenticità. Se trasportassimo questi ragionamenti (che non seguono volutamente un filo, né la struttura imposta nelle scritture saggistiche o romanzesche) su di una dimensione più totalizzante del sapere, ci ritroveremmo dinnanzi al vecchio problema degli idola baconiani, i pregiudizi dai quali dobbiamo liberarci per avere una visione più aderente alla realtà e più nitida. Personalmente ritengo che questa sia l’epoca degli idola fori, pregiudizi della mente derivanti dal linguaggio, dalle convenzioni sociali che esso produce e da cui è difficilissimo disincagliarsi.
Dunque in quest’epoca in cui il sapere è più accessibile e in cui la conoscenza sembra essere a portata di mano, in cui i molti sanno di sapere, sprezzanti della minaccia incombente della superbia, della prigionia capitalistica, dei legami potentissimi con i vari idola contemporanei, probabilmente- e ribadisco probabilmente- l’unica strada da seguire, ammesso che sia quella giusta, è il dubbio. Il dubbio come via per cominciare e ricominciare ogni giorno, come la chiave che schiude un piccolo portone di una possibile verità e che ne spranga un altro, momentaneamente, il dubbio come vademecum da consultare ogni volta che si pensa di aver compreso qualcosa.

(1)Francesco Saba Sardi, L’onnifavola- azzardosa incursione nei recinti di semantica e linguistica-, Bergamo, Bevivino Editore, 2010.

D I S . A M B . I G U A N D O

Auguri!

🙂

Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno…

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Ah, mi par bello!

Mi par bello condividere coi lettori alcuni versi di Luciano Troisio. Non aggiungerò altro, se non il fatto che siamo in balia di perbenismi e cazzate simili e ti scappa “da condividere”.

NULLA E’ MAI AVVENUTO
 
Mai avvenute
le cose più importanti
non sono mai avvenute
 
i documenti si sfarinano
le prove sono scarse contraddittorie
perché gli interessi sono in conflitto
una riflessione silenziosa disinteressata
(e soprattutto equilibrata
a detta del soggetto riflettente, a memoria d’uomo…)
porta inevitabilmente sempre alle stesse conclusioni.
 
Si calcola che un asteroide centrerà la Terra.
È costosissimo esaminare aminoacidi fossili.
Il sole si è avvicinato, è ruotato tanto che i fiumi si sono seccati.
Migliaia di persone erano presenti?
Mai avvenuto.
Benvenuto Cellini uscendo di notte dall’osteria ha visto
una ruota di fuoco quietamente traversare il cielo?
Ma era dopocena.
Eppur l’illustre Lesbica sostiene che
nulla succede “se non viene descritto”,
(eppur qui abbiamo un fior fiore
di coeve descrizioni assai credibili
da parte di persone assai attendibili).
 
Costantino ha visto la croce splendere?
Durante la battaglia di Lepanto macchine aeree osservavano?
Gli astronauti sulla Luna terrorizzati
(tanto che ormai le tute s’erano quasi riempite)
hanno descritto da vicino sconosciute
enormi navi allineate sul bordo del cratere. E le prove?
E l’aereo del Pentagono? Dove sono il buco, i resti?
Francesco parlava agli uccelli,
Antonio ai pesci in quel d’Arimino?
 
D’accordo: i poveri e i santi sono matti e
c’è molta gente istruita che sostiene: i santi insegnano idiozie.
Inoltre si tende a scordare che Francesco,
andato a redimere i turcomanni fece un buco nell’acqua
e se ne tornò a calcinc.
(meditate amministratori permissivi!
imprenditori avidi lombardi,
miliardari zucconi del Nordest meditate:
neanche i santi!)
 
A forti trombate le mura crollate,
pueri feri allevati da animali,
quante culle galleggianti su illustri fiumi
e principesse proprio lì con le fantesche
e Nausicae alla nausea spiando marinai nudi!
A Kandy c’è un lungo dente di Buddha
ma nessuno l’ha mai visto
(a Yangon tre capelli)
Ifigenia e Isacco sostituiti da capre mediterranee
e sette degli Esseni con “buone notizie”
e che dir della salma di Maometto
che sarebbe per secoli levitata alla presenza di migliaia di fedeli?
Sai Baba in età scolare (durante la ricreazione) per anni
ha chiesto ai compagni buoni:
tu cosa gradisci? Parlano i testimoni gastroculari:
un hamburger due banane un’anguria.
Un solo gesto e la merenda era servita.
[Ovviamente tutto ciò non è mai successo].
 
Concludendo: non ha nessuna importanza
che Elia salga sul carro di fuoco,
che Ezechiele ne fornisca la complessa nomenclatura,
mille pittori la disegnino in mille versioni,
che Tommaso ispezioni la ferita,
che un bacio dato con una certa insistente sapienza
svegli quel gran pezzo di principessa frigida,
che il lupo estremo si mangi la nonna,
che tre giorni prima ci avverta la Madonna.
Certo nulla è mai avvenuto ma in tutta serietà
[poiché deve essere così
(sempre ammesso
che il tempo
proceda in
una sola
direzione)]
 
è necessaria una ragnatela
frattale quindi “tutto”
funziona come se
tutto fosse
successo
davvero.
 
                      Georgetown, mercoledì 18 agosto 2007, ore 20:35

Conciàti per le feste!

 carrello spesa di natale, spesa carrello, cassiere natale, feste supermercati, torroniFaccio un lavoro che adoro:la commessa-cassiera in un supermercato o, come diciamo noi addetti ai lavori, GDO (che sta per grande distribuzione organizzata). Fatta questa doverosa premessa, posso garantirvi che per noi tutti colleghi, sta per arrivare un mostro più grande di quello al Quirinale, più incombente delle previsioni dei Maya, più assetato di tutti i vampiri succhiasangue di Twilight, al quale nessuno di noi, e dico nessuno (se non per varie malattie, raffreddori, infortuni-attacchi batteriologici all’antrace e via discorrendo) potrà sfuggire: il Santo Natale.
Per le persone “normali” il Natale è gioia pura, attesa, famiglia, speranza, calore. Per noi addetti GDO una prova di forza e pazienza degna delle dodici fatiche di Ercole!
Il problema è che purtroppo la gente vive una sorta di metamorfosi in questo periodo, che se ci va bene, inizia il primo di novembre, ossia quando i vari comuni decidono (sempre con più spreco di danaro pubblico) di vestire a festa le città, ricoprendole di luminarie. Ebbene sì, signori miei … Ѐ la luminaria che fa la differenza!
Prima lucina intermittente fissata uguale prima lucina direttamente collegata al cervelletto dell’uomo/donna medio che frequenta i centri commerciali. Via alla trasformazione. Che ha varie fasi:
FASE 1
Porre quesiti impossibili ai dipendenti, tipo: “ma i panettoni che oggi costano tot euro dopo le feste li regalate? Posso fermarli ora e poi pagarli quando saranno in sconto?” Mi astengo dal commentare, e vado avanti a caricare il mio bancale, a braccia e mente (gira la scadenza, porta via i resi, riduci gli imballi…)
FASE 2
Inizia il pre-panico nel cliente che ha ormai cinque lucine accese nel cervelletto e comincia a non capire più un emerito sui (chiaramente indicati) prezzi: “scusi signorina, cosa vuol dire prezzo al kilo?Scusi ma se passo la tessera me la regala una borsa della spesa?” E sì, la tua fidelity card ti darebbe il diritto di non pagare quelle fottutissime mater-b che a noi vengono regolarmente fatturate..!
FASE 3
Perdita dell’orientamento (otto lucine accese!) quando, con voce suadente stile annuncio aeroporto, l’addetta al box in questione proclama: “Ѐ in apertura la cassa undici…” Si girano, con le varie merci in mano, guardano per aria non si sa cosa e ti chiedono, contemporaneamente, meglio del coro dell’Antoniano: qual è la cassa che apre? Ma tu, nulla, fredda e imperterriti avanzi verso la tua cassa e rispondi: la cassa undici, prego accomodatevi…E intanto loro (nona lucina accesa!): E DOV’è LA CASSA UNDICI?!
FASE 4
Nove luci accese stancano ed ora la metamorfosi è quasi completa. Ci chiedono qualunque cosa. Dalla signora immigrata al nord che deve fare gli struffoli e che non trova gli ingredienti (ma santoddio, la farina è là da prima che montassimo gli scaffali!), al giovane nerboruto che mi chiede (a me, pulzella affaccendata!): “scusi, mi può caricare cinque casse d’acqua che ho mal di schiena e non voglio fare sforzi?” Eh?! Lo sforzo te lo farei io, sulla tua testa, per spegnerti le lucine!
FASE 5
Dieci lucine accese. È quasi la vigilia, panico totale. Parti la mattina alle otto e un quarto, parcheggi l’auto e li trovi la, spalmati sui vetri come gli zombie Dylan Dog, con i carrelli in pole position. Ma se apriamo da nove anni alle otto e trenta esatte?! Annuncio dell’apertura e gli zombie si dirigono all’eliminacode della salumeria. Dovrebbero inventare un eliminacode dell’elimanacode da mettere nel parcheggio!
Ad ogni modo i tre colleghi della salumeria, ben preparati e in trincea da un quarto d’ora, affettatrici lucide e muscoli solleva-mortadellabolognaconpistacchi, sono pronti all’impossibile: dai mini-pacchetti da mezzo etto di culatello tagliato sottilesottilesottile, alla testa dell’ anguillo (maschio dell’anguilla, a detta dei campani più saporito), per terminare con la ricotta al forno imballata sottovuoto.
Dalla salumeria alla macelleria, la radio incita a non essere vegetariani: “da noi, tutti i tipi di carne: anatre, polli, tacchini, capponi. Ma il tacchino non era il piatto principale del thanksgiving day americano?Bho? Fa niente, mi sa che un paio di zombie han contagiato anche me per via aerea. Fatta la dovuta scorta di carne che basta per tre generazioni a seguire, si passa alla scelta della frutta secca, il must have di ogni cenone che si rispetti. E qui iniziano le prime crisi isteriche: la signora vuole il misto a guscio con lo schiaccianoci rosso che fa più fine mentre il marito, più spartano, opterebbe per due chili solo noci-arachidi, che i gusci vanno bene per coprire le cartelle della tombola del dopoguerra! Ah, evitiamo di raccontare l’excursus nella corsia bibite-vini che è meglio, per non parlare delle due ore nella corsia pasta-linea rossa (sughi-pelati-scatolame) e di quella dei dolci-torrone-caffè!
Le lucine sono ormai un groviglio, le code in cassa aumentano, l’indecisione sulla scelta del torrone è ardua: duro o morbido? Pernigotti o Sperlari? Caffè Illy o Lavazza in offerta in 4×2?
Non so chi mi abbia aiutato ma riesco a passare l’ultimo articolo sotto il lettore dei codici a barre e scorgo la nonnetta che ha in mano un misero pacco di caffè primo prezzo (arrivata alle sette e un quarto per comprarlo). Lo paga, mi porge delicatamente tutti i centesimi di rame che possiede da prima dell’avvento dell’euro (secondo me a ben guardare sono sesterzi) e mi chiede con una vocina da coro degli angeli: “che me lo fa un pacchetto signorina, con la carta rossa, sa devo regalarlo a una vicina…” NOOOO!!!
Epilogo: caricati a puntate gli ultimi otto espositori di dolciumi, tirate giù le prime due saracinesche, inizio, molto lentamente, con un rito quotidiano a pulire la cassa: operazione questa che dà più soddisfazione di ricevere la tredicesima, quando, una voce gracchiante insolita per le otto di sera di una ritardataria mi apostrofa: signorina, domani (Natale!) siete aperti tutto il giorno, vero?
La mia pazienza in stand by. Le rispondo: signora, domani sarebbe natale, abbiamo anche noi famiglia, comunque siamo aperti dalle otto e mezza alle dodici e mezza. E lei, di rimando con le luci led dell’empire state building: “ma non potete tenere aperto tutto il giorno? Che vi costa, fate lavorare qualche musulmano, in fondo loro non ci credono!”

I migliori auguri a tutti, colleghi e non, che le luci nella vostra mente siano spente, che siano accese quelle del cuore, perdonate lo sfogo e passate più tempo in famiglia, che se volete, il 27 mattina siamo aperti per servirvi….

Tiziana, addetta vendita

Anno Zero

Oggi, ora

Impossibile stabilire l’ora, l’anno, il luogo. Siamo qui da sempre e per sempre, da prima di esistere o in seguito alla nostra nascita? Il tempo non esiste, lo spazio non esiste. Se noi non siamo né tempo e né spazio, allora esistiamo.
Due braccia, due gambe, due occhi, due cervelli. Uno, però, è fuori uso. O almeno questo è ciò che penso di pensare di scrivere ora. Scrivo velocemente e non mi rileggerò, tra poco verranno a prendermi e mi porteranno via. Non so cosa accade a quelli come me, a quelli che si comportano così. Non mi interessa. Dovesse esistere anche solo una possibilità su un milione che quanto ho scoperto sia vero preferisco sparire, eclissarmi nella galassia, nelle membrane, negli atomi. Solo così si può custodire realmente un segreto. Mi chiamo Robert Assalt, non potrei dire con esattezza da quanto tempo mi trovo in questa scatola di consapevolezza, ma sono inquieto, agitato, incazzato. Reticente, in questo momento. Attendo solo che vengano a prendermi. La mia colpa? Aver trovato degli appunti, averli letti. Il verbo leggere è proibito, tutte le parole che hanno a che fare con quella etimologia non si possono pronunciare, tutto ciò che attiene a quei significati o che rimanda all’immagine di qualcosa da sfogliare o scrivere è assolutamente tabù. Ovviamente non ci è concesso neanche scrivere. Ho avuto la fortuna di trovare quel quaderno, ho scorto qualche frase ed ora SO. Ci hanno impiantato un chip nella testa, abbiamo due cervelli, uno è quello organico, l’altro è governato dal chip che ci hanno imposto. Con il nuovo cervello pensi di pensare ma non pensi, credi di mangiare ma non mangi, ritieni di scegliere ma non scegli. Non puoi scegliere un cazzo. Ѐ tutto manovrato ma non ce ne accorgiamo: siamo organi e sangue, carne e cuore, piangiamo e ridiamo, facciamo l’amore e litighiamo. Le nostre emozioni sono intatte, sono i pensieri che, ad un certo punto, si aggiornano. Non ti puoi discostare dalla loro volontà, devi attenerti alle regole. Ogni tipo di informazione che riceviamo è filtrata e decisa da loro e ci perviene tramite radio e tramite gli immensi schermi che tappezzano le città.
Paura, sgomento e orrore. Eppure avverto quasi piacere.
L’inconsapevolezza e l’ignoranza sono forme di assuefazione, fin quando non scopri di avere un cervello autonomo, e non avrei mai pensato nemmeno lontanamente di desiderare di apprendere, di leggere, di scrivere. E se cominci a desiderare qualcosa che non dovresti senza che nessuno ti formatti quella sezione, improvvisamente capisci il senso dell’ esistenza. E non vivi tranquillo, cazzo! Anche il tormento è una prova della tua esistenza, non importa cosa diavolo è successo, né che altri possano capirmi e so che ogni mio tentativo resterà lettera morta.

Le lettere, le parole sono un’attrazione irrefrenabile. I segni mi parlano adesso per la prima volta, è come assaporare finalmente il cibo sotto i denti e non tramite una flebo. Così i segni dialogano con la mia materia grigia, giungono ad essa, trasmettendo finalmente qualcosa di straordinario. Ricordo, so, lettera dopo lettera comprendo, vorace, il significato di quelle parole. Fagocito informazioni, apprendo.
Il mio chip è andato in tilt. Questa l’unica spiegazione. E mi domando come potrei a continuare a vivere senza. Ѐ tutta una farsa, un controllo totale e inaudito. Ma perché? Che senso ha vivere così? Siamo automi, siamo replicanti. Solo che questa è la realtà … “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”
Io invece posso solo urlare a me stesso ciò che ho vissuto inconsapevolmente. E se poi fossi l’unico? Vorrei salvare qualcun altro. Meglio morire conoscendo la verità che vivere una vita finta. Preferisco la vita a questo limbo. Devo fare qualcosa. Ma cosa? Anche se dicessi a tutti quello che ho scoperto partirebbe la formattazione, l’aggiornamento e nessuno presterebbe attenzione alle mie parole. A meno ché non trovi qualcun altro col chip danneggiato come me, ma anche a quel punto saremmo sempre una minoranza.
Sto impazzendo. Se non posso salvare queste menti preferisco morire. Ma se mi vengono a prendere chissà che mi faranno. Magari mi sostituiscono il chip e sarei punto e a capo. Follia. Follia pura.

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                                                                                                                  2999, ore 18:30
Oggi è l’alba di un nuovo giorno. Il mondo intero si apre ad una nuova era, la dittatura psichica è finalmente stata sconfitta. In sole quattro ore il 30% della popolazione mondiale è tornata a leggere, si contano già un milione e mezzo di scritti via internet e gli articoli impazzano nell’etere. Le visualizzazioni del racconto di Albert Assalt ammontano già a novemilioni, il sito è sovraccarico e qualcuno parla già del fatto che si potranno modificare i vecchi nomi imposti dal sistema.
Le forze dell’ordine sono impiegate a smistare le code nelle strade centrali: Londra, New York, Tokio e Parigi quelle con maggior affluenza: migliaia di schermi sono stati messi a disposizione per la lettura del racconto di Assalt che è stato tradotto già in dieci lingue differenti. Di questo passo nel giro di qualche mese sarà ripristinato tutto alla normalità. Si ritornerà nel punto in cui tutto è incominciato.
“Ehi Elise, non sei ancora pronta! Vestiti, tocca a noi oggi.”
“Non lo so Guy, c’è qualcosa che non mi convince in questa storia.”
“Cosa intendi? Non sei contenta di poter finalmente leggere il racconto di Assalt, di conoscere chi ci ha liberato?”
“No, non è quello… Ѐ che non credo sia possibile una cosa del genere.”
“Forse ti serve un po’ di tempo per abituarti all’idea. Oggi avevo difficoltà a comprendere alcune parole e i più giovani non sanno nemmeno da dove incominciare. Loro sono stati abituati ad utilizzare solo il chip da sempre.”
“Ѐ proprio questo il punto! Lo vedi? Chi ci dice che non sia un’altra manovra? Che non sia stato tutto programmato per farci credere di essere nuovamente liberi?”
“Ma cosa blateri! Tu sei paranoica. Vestiti e andiamo, l’ebrowser di Assalt inizia tra venti minuti.”

Camminarono in direzione Sant Germain mano nella mano. Soffiava un vento gelido e l’euforia tracimava dai volti dei passanti. Parigi risplendeva di innaturale eccitazione. Elise si guardò attorno e quello che vide le provocò una morsa allo stomaco: l’oscurità si era travestita ancora una volta. La senna scintillava come non mai sotto le luci dei lampioni, il volto di Assalt ridondava martellante per Rue Saint Martin, poi per Quai de Gesvres. Le persone erano pedine impazzite. E quando il suo sguardo si incrociò con quello di un clochard ricoperto di croste e rash, quando i suoi occhi gli penetrarono l’anima, quando l’angoscia fu spessa e pungente, i due credettero che quella fosse empatia. Se ne convinsero.
Nel frattempo una frequenza di 30 herz cinse la mente collettiva. In realtà non era cambiato nulla.

L’ira di Pandora

pandora, vaso di pandora, l'ira di pandora, bruno pompili, classici greci, miti greciAncora non si sapeva chi fossero quegli uomini, persone sparse nella vallata, donne senza bambini. Come se d’improvviso fosse nato un popolo, che doveva ancora crescere e riprodursi.
Pandora era bambina, guardava la vallata e sapeva di essere destinata a Prometeo; così aveva capito, pur senza averlo mai visto; ma ne aveva sentito parlare: un eroe, con le sue malefatte, un cialtrone irrispettoso, un ladro, uno che faceva tutto per gli altri e per sé si prendeva le pene.
Un’amica gliel’aveva sussurrato, sfiorandola quando stava per andare a incontrarlo, poiché c’era un viaggio di mezzo con ancora il tempo per pensarci. Invece non era così. Ma gliel’aveva detto e lei poco l’aveva capito: non t’immischiare, sono tutte persone difficili.
Tanto piccola, non poteva pensare veramente a tutto; aveva delle immagini, qualche parola, e non sapeva cosa credere, forse tutto forse niente. Se si sentiva sorridere, non sapeva perché; ma a differenza di cose viste, lei non si accorgeva mai di piangere. E non lo faceva.
La prima cosa che Prometeo le disse fu che quella vallata popolata l’aveva fatta lui, cose e persone. Lo diceva così bene che era obbligata a credergli; tuttavia lei lo affermò a voce alta, che aveva bisogno di capire meglio, che aveva bisogno di tempo. Ma intanto sorrideva cercando di spiegargli che secondo lei una donna è molto diversa da una cosa; non lo sapeva molto bene, ma lo sentiva chiaro. E lui doveva stare attento; se sbagliava, l’errore era definitivo.
Anche Prometeo rise quando le spiegò in faccia che una come lei non era mai piccola e mai grande; in più era sorpreso che questo non l’avesse già capito, ma affermò anche che era il solito inganno degli dei: dare con una mano e togliere con l’altra, la consapevolezza soprattutto, il sapere di sé, un lavoro da fare con tanti anni e molta fatica, soprattutto senza certezze.
Spiegò a Pandora che non era destinata a lui, ma a suo fratello Epiméteo, brava persona con la caratteristica che capiva poco, o meglio capiva sempre tardi. Bastava aspettare, avere pazienza, per limitare i danni. Ma per tutto questo in realtà c’era tempo, c’era tanto da fare e Pandora poteva credere di essere bambina, e sorridere. Nessuno le avrebbe fatto storie, o affronti, perché il peggio era molto lontano; poteva anche non arrivare. Dicendolo innescava illusioni, ma per un istante riusciva a credere anche lui nelle proprie parole.
Pandora bambina aveva avuto molte confusioni da schiarire, ancora se ne trovava ogni tanto inadeguata; per questo, non potendo semplificare, aveva adottato senza saperlo un sorriso ambiguo che le dava tanto fascino presso gli altri, ma le lasciava dentro sempre l’idea di aver truccato cose persone eventi.
Le succedeva di ribellarsi perché non voleva rassomigliare a Prometeo, che le aveva mentito su di un momento e su di un fatto essenziali.
Ma doveva credere alle voci intorno a lei? Le aveva sentite troppo spesso per ritenere che non ci fosse nulla di vero: un inizio di logica, questo, che neppure le apparteneva. Lei era diversa.
Pare che fosse andata così: Prometeo era rimasto deluso dalle donne e ne pensava una perfetta, meravigliosa, una figura da costruire, da regalare a tutti. Di certo questo sarebbe stato disorientante e pericoloso, per tutti, per Pandora in particolare: sapere che c’è una meraviglia, che non può essere né raggiunta né imitata, e che questa era proprio lei. C’era un crollo dentro la sua testa, non poteva metterne a posto i pezzi; voleva accontentarsi di molto meno, invece era proiettata dove non c’era nulla, se non vaghezza e assenza.
Ma Prometeo lo aveva fatto. Prima una statuetta di creta, poi un’anima rubata nella casa degli dei, dove si era introdotto di soppiatto aiutato da qualcuno il cui nome venne imbrogliato ad arte per evitare ritorsioni, ricatti e punizioni. I genitori assegnati a Pandora erano tuttavia solo un piccolo anello nelle confusioni che erano state fatte.
Pandora bambina nel corso dei giorni si accorgeva solo di poco: camminava nel vento, ma a favore o contrario che fosse non cambiava niente; camminava libera nell’immobilità; attorno a lei c’era sempre un vuoto e un sovrappiù di luce. Da dovunque provenisse il vento, lei c’era, lo polarizzava altrove, e la luce tutta giocava fra i suoi capelli.
Era lei quella figura che ti colpisce ma non la trattieni, come se non esistesse e fosse nata da te stesso in una riflessione durante il sonno. Pandora cambiava le cose più semplici, così stava fuori da ogni contatto troppo comune.
L’estraneità è per tutti difficile da sopportare; non sarà forse per questo, per una comprensione, pietà o benevolenza, che ognuno la subiva, lei, quella donna, e poi voleva entrare nel cerchio del suo fascino e si sentiva di doverle regalare qualcosa di unico, per la vita o per sempre.
Pandora prese l’abitudine di conservare i doni in un vaso: troppo fragile, allora trasferì tutto in un otre di pelle resistente.
Si accorse lentamente, con un sorriso inesplicabile ai più, che per lei non c’era differenza fra bambina e donna; fu un momento di lucidità che non le apparteneva, perché lei non aveva tempi bui e spazi luminosi, ma quel momento ci fu, e fu forse quello che annullò le differenze. Ormai era così, non era più bambina, o meglio non poteva più pensarsi piccola, né persona di ambigui sorrisi.
Affrontò Prometeo e gli spiegò di nuovo che una donna è diversa dal sogno che lui si era fatto. Però lei si trovava a doverci vivere, obbligata a starci chiusa dentro, a interpretarlo; per questo gli avrebbe conservato un odio infinito, per sempre, per lui e per tutta la sua famiglia.
Siccome tuttavia lo ammirava per ben altre imprese, lo avrebbe aiutato cercandogli alleati, o nemici da convertire, tutte le volte che ne avesse avuto bisogno. Tutti e due sapevano che le minacce di imminenti tormenti, accompagnati da imprigionamento, stavano per raggiungerlo già cariche di presente e di solitudine. Questo aiuto insomma glielo doveva, avrebbe smosso il mondo; ma aiutarlo non escludeva l’odio.
Pandora donna aveva da scontare ancora il peggio, in cambio della felicità di cui non si era compiaciuta in altro tempo. La vita con Epiméteo era ovviamente difficile, a causa soprattutto della sua mancanza di preveggenza, infatti non era come suo fratello. Troppo tardi capiva i suoi propri atti, e che non avrebbe mai dovuto accettare Pandora.
Prometeo gliel’aveva pur detto con parole chiare quando gliela presentò: portava troppi doni, che venivano da troppo in alto; lei stessa e il vaso che custodiva erano un inganno. Ma era nella sua persona capire più tardi. Lo stesso Prometeo non poteva cambiarlo, poteva solo saperlo.
Pandora bestemmiò di nuovo contro la loro famiglia e contro nebulosi mandanti, che aveva falsamente frequentato e inconsapevolmente odiato. Ora era tutto vero, al presente.
Era il momento di obbedire alla necessità.
Non per curiosità aprì il suo otre di perfidi doni, ma per odio, il suo nuovo estremo sentimento. E tutte le possibili falsità si sparsero su tutto. Lo sapeva, ma non poteva cambiare né la sua propria volontà né i suoi atti; lo sapeva che erano doni mobili, che si tramutavano in altri e andavano alle persone sbagliate, diventando male o anche peggio.
Non accettò tuttavia l’ultimo inganno, portato dal più infido dei messaggeri, quello con le alucce alle caviglie. Il messaggio più malefico, più ambiguo diceva di trattenere nel vaso la speranza, per non annerire totalmente il mondo, fingendo di addolcirlo in parte. Quella speranza che, avvertita tempestivamente, si era annidata in un angolo dell’otre, in una piega stretta e impercettibile.
Pandora camminò a lungo, come una che ha molto da pensare; scelse un punto molto elevato, tanto che non c’era luce sulla cima. Un tempo di attesa senza misura.
Apre per bene il suo otre, che l’aveva accompagnata per tutto il tempo di cui aveva memoria, lo scuote e lo rovescia per farne uscire l’ultima maledizione, affinché non ci siano dubbi sulla sua onestà e coerenza. Così l’ultimo dei mali, il più perfido inganno, accompagnò tutti gli altri, ovunque si spargessero.
E che fosse chiaro: nessuna speranza nel dono estremo, perché sperare vuol solo dire aspettare.
Il buio del monte ora nasconde anche Pandora.
Nulla spes ultima spes?. L’ambiguo male è sempre il peggiore: questo almeno era chiaro nel sorriso di Pandora bambina.

Di Bruno Pompili