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La società inadatta

resistere, società, inadeguatezza,lavoro giovani, 2000, ilalia, bel paese, ragazzi disoccupati, disoccupazioneGli amici sono la cosa più bella del mondo. Ma, in tutta franchezza, non servono a un cazzo. Si è sempre soli. C’è chi dice che il vero amico si vede nel momento del bisogno ed io sono d’accordo: il suo bisogno.
Quando c’hai un problema è bello avere un amico che ti ascolti, e sai che ti dice? Quello che tu diresti a lui in una situazione analoga: parole totalmente inutili. Inutili per te, chiaro. Quel povero cristo sta a là a dirti tutto quello che ti diresti da solo se fossi al suo posto, ossia cose di cui non te ne fai niente. E superata la soglia del macina testicoli, lui torna alle sue scartoffie, al suo lavoro o se, come sovente accade, non ha un impiego, al suo cazzeggio che di certo è ben più interessante delle tue paranoie sulla vita, sull’amore e sulla morte. Ma perché cazzo ci interroghiamo su questi argomenti, così dannatamente demodè?
Te lo dico io perché: hanno creato una società nella quale ci hanno forzatamente impiantati e ci hanno indotto sogni, aspettative, velleità. Ma la società è fallita. Niente più boom economico, seicento Fiat. Niente di niente. Il bel paese di ‘sto cazzo. E intanto imperversano gli iPhone e se non c’hai l’iPhone sei outsider e se sei outsider ti viene la depressione. Così chiedi i soldi a mamma e papà per il consulto psichiatrico. Allora? Potevano cambiare almeno le aspettative, che ci vuole? Basta bombardarci con pubblicità diverse, che ne so, magari qualcosa che rappresenti il rurale, la campagna, la semplicità… Così tu non ti vedi più a 40 anni con la casa, la villa, il lavoro, due figli e il recinto. No va bhè il recinto è troppo americano, ma ci siamo capiti. Immagina che bello se la nostra aspettativa fosse vivere in una casupola di campagna, coltivare un piccolo fazzoletto di terra e bere il tuorlo rosso di un uovo appena uscito dal culo di una gallina. Bello vero? Ma che ci guadagnerebbero… Allora meglio creare desideri che la gente non può soddisfare, irrorare così frustrazione, generare depressioni e false patologie, incitare alla morte, all’inadeguatezza, all’imbarazzo, all’inautenticità.
E va bene, accomodatevi pure, tanto noi, noi giovani, il futuro di un paese che sta cadendo a pezzi, resisteremo. Pochi, i peggiori forse, i pochi che non vivono di firma accattateville, di discotutteuguali e che sanno andare nel profondo, i giovani che oggi si siedono accanto a voi e vi spiegano come usare un iPhone ma non si spiegano perché voi ve lo potete comprare e noi no. Noi, in un modo o nell’altro, in questa merda fatta di sogni delusi, tempo non giusto, istruzione negata, identità lavorativa privata, possiamo dire di aver vissuto una vita che andava vissuta. E questo nostro malessere momentaneo ne è la prova, noi possiamo dire che non siamo stati parte, se pur non volontariamente, di un sistema che ci vede replicanti di un lavoro, dopo lavoro, famiglia, lavoro, dopo lavoro, famiglia, lavoro, dopo lavoro famiglia…

Anno Zero

Oggi, ora

Impossibile stabilire l’ora, l’anno, il luogo. Siamo qui da sempre e per sempre, da prima di esistere o in seguito alla nostra nascita? Il tempo non esiste, lo spazio non esiste. Se noi non siamo né tempo e né spazio, allora esistiamo.
Due braccia, due gambe, due occhi, due cervelli. Uno, però, è fuori uso. O almeno questo è ciò che penso di pensare di scrivere ora. Scrivo velocemente e non mi rileggerò, tra poco verranno a prendermi e mi porteranno via. Non so cosa accade a quelli come me, a quelli che si comportano così. Non mi interessa. Dovesse esistere anche solo una possibilità su un milione che quanto ho scoperto sia vero preferisco sparire, eclissarmi nella galassia, nelle membrane, negli atomi. Solo così si può custodire realmente un segreto. Mi chiamo Robert Assalt, non potrei dire con esattezza da quanto tempo mi trovo in questa scatola di consapevolezza, ma sono inquieto, agitato, incazzato. Reticente, in questo momento. Attendo solo che vengano a prendermi. La mia colpa? Aver trovato degli appunti, averli letti. Il verbo leggere è proibito, tutte le parole che hanno a che fare con quella etimologia non si possono pronunciare, tutto ciò che attiene a quei significati o che rimanda all’immagine di qualcosa da sfogliare o scrivere è assolutamente tabù. Ovviamente non ci è concesso neanche scrivere. Ho avuto la fortuna di trovare quel quaderno, ho scorto qualche frase ed ora SO. Ci hanno impiantato un chip nella testa, abbiamo due cervelli, uno è quello organico, l’altro è governato dal chip che ci hanno imposto. Con il nuovo cervello pensi di pensare ma non pensi, credi di mangiare ma non mangi, ritieni di scegliere ma non scegli. Non puoi scegliere un cazzo. Ѐ tutto manovrato ma non ce ne accorgiamo: siamo organi e sangue, carne e cuore, piangiamo e ridiamo, facciamo l’amore e litighiamo. Le nostre emozioni sono intatte, sono i pensieri che, ad un certo punto, si aggiornano. Non ti puoi discostare dalla loro volontà, devi attenerti alle regole. Ogni tipo di informazione che riceviamo è filtrata e decisa da loro e ci perviene tramite radio e tramite gli immensi schermi che tappezzano le città.
Paura, sgomento e orrore. Eppure avverto quasi piacere.
L’inconsapevolezza e l’ignoranza sono forme di assuefazione, fin quando non scopri di avere un cervello autonomo, e non avrei mai pensato nemmeno lontanamente di desiderare di apprendere, di leggere, di scrivere. E se cominci a desiderare qualcosa che non dovresti senza che nessuno ti formatti quella sezione, improvvisamente capisci il senso dell’ esistenza. E non vivi tranquillo, cazzo! Anche il tormento è una prova della tua esistenza, non importa cosa diavolo è successo, né che altri possano capirmi e so che ogni mio tentativo resterà lettera morta.

Le lettere, le parole sono un’attrazione irrefrenabile. I segni mi parlano adesso per la prima volta, è come assaporare finalmente il cibo sotto i denti e non tramite una flebo. Così i segni dialogano con la mia materia grigia, giungono ad essa, trasmettendo finalmente qualcosa di straordinario. Ricordo, so, lettera dopo lettera comprendo, vorace, il significato di quelle parole. Fagocito informazioni, apprendo.
Il mio chip è andato in tilt. Questa l’unica spiegazione. E mi domando come potrei a continuare a vivere senza. Ѐ tutta una farsa, un controllo totale e inaudito. Ma perché? Che senso ha vivere così? Siamo automi, siamo replicanti. Solo che questa è la realtà … “Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”
Io invece posso solo urlare a me stesso ciò che ho vissuto inconsapevolmente. E se poi fossi l’unico? Vorrei salvare qualcun altro. Meglio morire conoscendo la verità che vivere una vita finta. Preferisco la vita a questo limbo. Devo fare qualcosa. Ma cosa? Anche se dicessi a tutti quello che ho scoperto partirebbe la formattazione, l’aggiornamento e nessuno presterebbe attenzione alle mie parole. A meno ché non trovi qualcun altro col chip danneggiato come me, ma anche a quel punto saremmo sempre una minoranza.
Sto impazzendo. Se non posso salvare queste menti preferisco morire. Ma se mi vengono a prendere chissà che mi faranno. Magari mi sostituiscono il chip e sarei punto e a capo. Follia. Follia pura.

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                                                                                                                  2999, ore 18:30
Oggi è l’alba di un nuovo giorno. Il mondo intero si apre ad una nuova era, la dittatura psichica è finalmente stata sconfitta. In sole quattro ore il 30% della popolazione mondiale è tornata a leggere, si contano già un milione e mezzo di scritti via internet e gli articoli impazzano nell’etere. Le visualizzazioni del racconto di Albert Assalt ammontano già a novemilioni, il sito è sovraccarico e qualcuno parla già del fatto che si potranno modificare i vecchi nomi imposti dal sistema.
Le forze dell’ordine sono impiegate a smistare le code nelle strade centrali: Londra, New York, Tokio e Parigi quelle con maggior affluenza: migliaia di schermi sono stati messi a disposizione per la lettura del racconto di Assalt che è stato tradotto già in dieci lingue differenti. Di questo passo nel giro di qualche mese sarà ripristinato tutto alla normalità. Si ritornerà nel punto in cui tutto è incominciato.
“Ehi Elise, non sei ancora pronta! Vestiti, tocca a noi oggi.”
“Non lo so Guy, c’è qualcosa che non mi convince in questa storia.”
“Cosa intendi? Non sei contenta di poter finalmente leggere il racconto di Assalt, di conoscere chi ci ha liberato?”
“No, non è quello… Ѐ che non credo sia possibile una cosa del genere.”
“Forse ti serve un po’ di tempo per abituarti all’idea. Oggi avevo difficoltà a comprendere alcune parole e i più giovani non sanno nemmeno da dove incominciare. Loro sono stati abituati ad utilizzare solo il chip da sempre.”
“Ѐ proprio questo il punto! Lo vedi? Chi ci dice che non sia un’altra manovra? Che non sia stato tutto programmato per farci credere di essere nuovamente liberi?”
“Ma cosa blateri! Tu sei paranoica. Vestiti e andiamo, l’ebrowser di Assalt inizia tra venti minuti.”

Camminarono in direzione Sant Germain mano nella mano. Soffiava un vento gelido e l’euforia tracimava dai volti dei passanti. Parigi risplendeva di innaturale eccitazione. Elise si guardò attorno e quello che vide le provocò una morsa allo stomaco: l’oscurità si era travestita ancora una volta. La senna scintillava come non mai sotto le luci dei lampioni, il volto di Assalt ridondava martellante per Rue Saint Martin, poi per Quai de Gesvres. Le persone erano pedine impazzite. E quando il suo sguardo si incrociò con quello di un clochard ricoperto di croste e rash, quando i suoi occhi gli penetrarono l’anima, quando l’angoscia fu spessa e pungente, i due credettero che quella fosse empatia. Se ne convinsero.
Nel frattempo una frequenza di 30 herz cinse la mente collettiva. In realtà non era cambiato nulla.

E come sai che tu sei matto?

Il Bruco e Alice si guardarono a vicealice_cover_gatto_tenniel, alice nel paese delle meraviglie, stregatto, semiotica, Carrol, Caroll, alice in the wonderland, frasi libro di alice, frasi dello stregatto, frasi del brucaliffo, brucaliffonda per qualche tempo in silenzio; finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce languida e sonnacchiosa:
Chi sei? – disse il Bruco.
Non era un bel principio di conversazione. Alice rispose con qualche timidezza: – Davvero non te lo saprei dire ora. So dirti chi fossi, quando mi son levata questa mattina, ma d’allora credo di essere stata cambiata parecchie volte.

“… Di essere stata cambiata parecchie volte”. Il mutamento è condizione animale, condizione umana, condizione galattica. Chi può giurare di essere lo stesso della notte precedente? Alice passa in rassegna tutte le bambine di sua conoscenza, le sue coetanee per il timore di esser stata scambiata con una di loro durante il sonno. Io non penso di essere scambiata, io penso di essere cambiata. Di cambiare ad ogni respiro. La consapevolezza di essere così fuggevoli ed evanescenti è del tutto confortante. Deresponsabilizza integralmente. La mia non è irresponsabilità, né deresponsabilità, piuttosto credo di potermi definire un’ irresponsabilizzabile cronica, il che, sottilmente, è un po’ diverso. Quisquiglie del genere a parte, avverto qualcosa di ossimorico, finanche assurdo:

La vispa Teresa
avea su una fetta
di pane sorpresa
gentile cornetta…
Ah, Alice,quante cose mi ha insegnato. Dato che alla mia nota ipocondria si è aggiunta anche una certa mania di persecuzione (temo infatti ERRONEAMENTE di essere nella mente e nelle preghiere di squilibrati che credono di essere devoti a dio, ma che probabilmente sono soltanto dei segaioli ritardati) e dato che sono una visionaria cronica, ho pensato di cazzeggiare per bene su internet, così per capire che cosa muove la gente al confronto di idee nei casi più felici e cosa, invece, la fa rinchiudere nelle sue ossessive convinzioni. Ad esempio, mi son chiesta ( mille grazie piccola bimba bionda): abbiamo tutti la stessa percezione del dolore? E della sofferenza? Esistono dei forum in cui persone con medesime patologie si interrogano vicendevolmente sulla consistenza-entità-durata- definizione del proprio dolore. Nonostante i sintomi siano identici, esse stesse si domandano se quel dolore è identico al dolore dell’altro. Analogamente per quel che attiene il dolore dell’anima o della psiche esiste una guida chiarificatrice? C’è un solco che demarca il confine? Non voglio sproloquiare su etica e morale, ma- boia d’un giuda- quand’è che inizia la mia verità e finisce la tua? Mi sento ferita perché indossi calzini gialli, ho torto? Sono pazza o lo sei tu? Di nuovo Caroll mi viene in aiuto, questa volta faccio i conti con il micio, mio mentore che, laconico mi guarda e mi dice sardonico e un po’ rassegnato: “ Oh, non puoi farci niente, qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta.”
– Come sai che io sia matta?
– Tu sei matta, – disse il Gatto, – altrimenti non saresti venuta qui.
– E come sai che tu sei matto?
– Intanto, – disse il Gatto, – un cane non è matto. Lo ammetti?
– Ammettiamolo,
– Bene, – continuò il Gatto, – un cane brontola quando è in collera, e agita la coda quando è contento.
Ora io brontolo quando sono contento ed agito la coda quando sono triste. Dunque sono matto.
Detto ciò, in questa domenica novembrina, col vento in poppa e la natura che mi ha appena accarezzato il capo, mi accingo a far visita alla regina. Si giuoca a croquet.

Potrebbe essere utile! 😉  Alice.pdf

La memoria di Deianira

La scrittura orientata su vecchie storie, e anche su miti, non è più oggi il segno di una debolezza dell’invenzione, ma il rifiuto di una corsa insensata a moltiplicare varianti su intrecci esauriti.
Ogni volta che vedo un film o leggo un racconto mi trovo nella sgradevole situazione di già sapere in anticipo le battute degli attori o lo sviluppo di una finzione, e molto spesso su una base tanto piatta.
Non credo che sia più un risultato importante trovare nuove trame quanto piuttosto altre scritture.

 

220px-Deianera, olio su tela Evelyn de Morga, Bruno Pompili, racconti taranto, racconti Bruno Pompili, racconti brevi, miti gregi, mitologia greca, scrittura,Comunicazione, comunicazione verbale, comunicazione non verbale, creativaLe linee del corpo pallido di Deianira si confondono con le pieghe delle lenzuola; restano visibili macchie ormai asciutte di sudore, e appena più scuri triangoli d’ombra.

Non era sempre stata così pallida. Al contrario, una bambina ombrata che si nascondeva nella sera, e rispondeva solo alla chiamata del nome; poi smise. Da allora appariva e spariva a propria volontà, oscura nella notte, chiara al sole, e dunque inafferrabile.

Più tardi sembrò che ciò dipendesse dall’amore confuso, a se stessa inconfessato a lungo, orientato su Nesso, prestigioso fra i centauri, prima di unirsi per la vita e per la morte a Ercole.

Ercole era molto esigente e l’altro aveva qualche problema nell’approccio, inizialmente a causa delle quattro gambe, o quattro zampe; ma una volta entrato in rapporto, Nesso la travolgeva e poteva restare indimenticato se ci fosse stata una vera collaborazione.

Il legame ufficiale e stabile con Ercole era comunque buono, quasi come il galoppo del centauro, e alla fine divenne dominante, assoluto, e aveva estirpato ogni memoria: come un passato sognato che non chiedesse più di essere rivissuto neppure in sogno.

Deianira era dunque libera, senza sapere tutto, come invece riteneva nella sua tranquillità; solo inquieta quando Ercole, chiamato Eracle nella sua tribù, si spostava per il mondo, per grandi imprese e per lavori faticosi rifiutati da tutti.

Lei capiva che, viaggiando, doveva sicuramente incontrare persone di ogni genere, e anche femmine di qualità, certamente capaci di impressionarlo. Per il momento era sicura di sé e, molto giovane, non poneva problemi di nessun tipo. La memoria recente le bastava, quella remota non tornava.

Nesso tuttavia la seguiva di nascosto, e con molti trucchi riusciva a non farsi scoprire; un gioco anche per lui. Finché la vide addormentata, nuda, pallidissima e confusa con le linee ingarbugliate delle lenzuola, macchie numerose di sudore e rari triangoli scuri sparsi nelle pieghe, defilati negli accumuli delle stoffe, con altre Deianire stanche e sudate, un gioco di specchi che rovesciava immagini e memorie.

Quando Nesso si fece scorgere, per una scelta forse improvvisa, la memoria di Deianira rifluì tutta in un colpo; fu facile cosa e lunga corsa a nasconderli nelle gole inesplorate del monte Pelio.

Se per tanto tempo scompariva e riappariva agli altri, ora si assentava da se stessa. Una nebbia si muoveva dentro di lei e alterava riflessioni, celava ogni immagine che potesse orientare passi e parole. Per questo aveva anche smesso di parlare, dominata da un presente che non le apparteneva; e infine non si ritrovava in nessuno, né a se stessa tornava riconoscibile.

Non si dava a Nesso, era lui che la prendeva.

Poi il fiume dove viveva, o passava il proprio tempo, si fece quieto e diverso; era lo stesso fiume che aveva ostacolato il suo incontro con Eracle prima di esserne vinto, e in un lungo periodo di secca parlò, come uno che sta per morire e vuole essere pacificato. Mosse per primo frammenti di ricordo, e Deianira voleva metterli in ordine, collegarli.

Di fronte alla sua assenza di mente e poi di corpo, Nesso trovò che non si compiaceva ormai più di nulla; era dunque venuto il momento di andare altrove. Partì e il silenzio lasciato fu riempito dalla più antica memoria di Deianira, che ricostruì la sua casa, aspettando il ritorno di Eracle, con molta pazienza sapendo di dover nascondere una fase inspiegata dell’attesa.

Tutti i suoi dubbi, le sue incertezze nella comprensione degli eventi, si orientarono a cercare una causa remota che ne alleggerisse la confusione. Pensò infine che la colpa era di Eracle, che le sue assenze erano troppe e troppo lunghe, che certamente trovava altrove quel che lei non gli dava: se così era.

Prima giustificò a sé il suo lungo intervallo con Nesso, poi si fece nascere immagini e fantasmi, che erano sempre femmine avvinghiate al suo sposo, alle quali lui non resisteva mai.

E infatti, proprio secondo la sua certezza, Eracle tornò con una carovana di prigionieri, ricchezze e schiave, alcune delle quali abbacinarono i suoi occhi per eleganza, proporzioni e insolita armonia. La bellezza dominante fra tutte aveva un nome, ma lei si rifiutò di memorizzarlo; lo sentiva e lo dimenticava.

Eracle le mostrò, senza aprire discorsi, che nessuna poteva mai offuscare in lui la sua immagine e Deianira fu liberata da un incantesimo, quella nebbia che Nesso aveva alzato dentro e intorno a lei. Ora anche il nome di Iole, la incomparabile estranea, poteva essere pronunciato come un suono qualsiasi.

E infine ottenne che al prossimo viaggio lo avrebbe accompagnato. Questa promessa era una luce, e le ombre erano solo insetti soffiati via dalla brezza.

Il giorno di un nuovo viaggio arrivò, e la partenza fu in ordine con le promesse fatte.

C’era da aspettarselo che le stagioni cambiassero, che i guadi dei fiumi fossero impraticabili, e che a traghettare i viandanti ci fosse una volta o l’altra, in un qualche fiume, proprio Nesso, che aveva avuto il compito di farlo.

Sciocca presunzione, orgoglio smisurato, e così Eracle si spinse nei gorghi, con successo, ma affidando Deianira alla groppa del suo rivale sconosciuto.

Sentire le cosce di Deianira stringergli il dorso scatenò in lui un galoppo senza limiti; subito suscitò nebbie su tutte e due le rive del fiume, nei boschi tutt’intorno, e la corsa fu senza tempo per sé e per la sua padrona, che si reggeva alla criniera, in parte guidandolo e in parte trascinata senza freni.

Eracle era un grande e non esitò a cercarli, e non faticò a trovarli. Una sola freccia fu sufficiente a raggiungere Nesso da molto lontano, e il Centauro capì la propria follia. La freccia arrivò da così distante che il veleno si attenuò in parte e ci fu il tempo per un lungo discorso.

Spiegò a Deianira, mentendo, che un piccolo vaso del suo proprio sangue sbiancato dalla morte – non parlò di veleno – andava conservato, e se usato per intingervi un indumento di Eracle, lo avrebbe fatto tornare sempre da lei, annullando qualsiasi prestigio di qualsiasi altra donna. Nascondeva quel che aveva capito, e che lo stava uccidendo: la freccia era intrisa con l’inestinguibile sangue dell’Hydra.

Sembrò un incidente di viaggio, consueto, e finito bene.

Di nuovo Deianira ebbe qualche difficoltà a orientarsi e a ordinare gli eventi. Le apparve che ad ogni villaggio incontrato ci fosse una Iole in agguato, e forse c’era, e per certo la vedeva. Più lei la guardava che non lo stesso Eracle; se ne incantava più ancora che ammirarla; ma alla fine, per essere convinta dello sguardo di lui e anche dei propri, decise che era il momento di mettere alla prova il dono di Nesso.

Stanco del viaggio, e dopo una notte poco soddisfacente, sembrò a Deianira che il suo compagno dovesse rivestirsi e acquietarsi. La camicia preparata dalle sue mani rivestì il corpo nodoso di Eracle, che rinvigorito si alzò e si diresse alla cima di una boscosa collina per incontrare il sole nascente. L’incontro col calore e con la luce accese il suo corpo e lo consumò.

Deianira lo capì vedendo i buchi che si erano formati su altre stoffe, esposte al calore del fuoco e casualmente toccate da quel sangue bianco, e solo in quel momento capì l’inganno. Non attese che l’incendio scendesse dalla collina verso l’accampamento, come già stava avvenendo; si uccise sul proprio letto, entrando lentamente in una nuova nebbia.

Tutti fuggivano e nessuno poté aiutarla; né Deianira avrebbe voluto. Non sapeva dove andava, ma certamente non chiedeva di essere ritrovata, né volutamente, né per destino o per caso.

Ricordare sarebbe stato di una grande fatica, e anche dimenticare.

 

Di Bruno Pompili

 

 

( Per pensarci su…)

 Etopino, il topo e la nuvola, dalila fiabe, favole per bambini, storie con morale, nuvola, scrittrice tarantora una frizzante mattinata invernale e un roditore azzurro si aggirava pigramente nel suo tranquillo e piccolo territorio.
Ora raccoglieva una foglia, ora si guardava attorno, ora si stiracchiava, per poi tornare a vagabondare nella sua terra, ormai tanto o troppo sicura. Era così tutte le mattine, tutti i pomeriggi e tutte le sere e la sua vita gli piaceva , eccome se gli piaceva! Era riuscito a costruirsi tutto il suo Mondo da solo, con le sue uniche forze e nulla minava la sua tranquillità: giocava, mangiava, oziava, delle volte studiava anche.
Ma fu proprio in quella fresca mattina di inverno, in cui il cielo era terso e limpido che accadde una cosa alquanto strana: “Plic. Plic Plic”…..
“Che accade? – si chiese il topino rintanandosi sotto il suo ramo dalla forma incavata. Non riusciva a capire. Non gli era mai capitato di essere così… così…
Plic….Plic….Plic….
“Chi va là? Io sono il topo di Terra Fiore e non voglio essere disturbato!”
Plic Plic Plic….
Il piccolo sorcio gridava a sé stesso e intanto tremava come una foglia, sempre più stretto nel suo nido sicuro. Decise di attendere lì al riparo fino a quando “quella strana cosa” non fosse andata via. Lui era un roditore felice, nonché l’unico abitante della sua Terra.
A dire il vero il suo Mondo era talmente piccino, che pur volendo non sarebbe potuta entrarci nemmeno una mosca: un piccolo fazzoletto di terra rossa era il suolo dove il topo viveva e la sua casa era un accogliente ramo di sequoia nel quale aveva ricavato una bella fessura per dormire e per ripararsi da quelle rarissime folate di vento che, talvolta, scuotevano la sua serenità.
Ma quel dì soffiava un vento strano, un vento sbagliato e non appena il topino uscì dal suo rifugio per guardarsi intorno, alzando gli occhi al cielo, vide una cosa che gli parve spaventosa: era…era…era… una nuvola! Molto più grande di lui e alta e grigia grigia, ma di un grigio fumo così scuro che incuteva paura solo a guardarla.
“Chi s-s-s ei? Co-co-co cosa vuoi da me? Questa è il mio Mo-Mo-Mondo ed io sono il re di Terra Fiore”. La nuvola sbadigliando e assestandosi pigramente disse: “Io sono la nuvola del Mondo Cielo e sei tu che stai disturbando il mio universo. Io sono qui per portare ciò per cui Dio mi ha chiamata , cioè la pioggia. Quel fragore che sentivi rintanato nel tuo piccolo foro era l’acqua che, cadendo, faceva rumore. Quello stesso rumore che ti ha tanto spaventato.”
Il topo, ormai madido di sudore e trepidante di timore, urlò con tutta la voce che aveva in corpo: “ Non conosco cosa sia la pioggia, conosco solo il mio mondo e la mia tranquillità e non voglio essere mai più disturbato. Sono convinto che questa strana maledizione che hai portato su di me e sulla mia casa sia solo nociva per la mia terra e da questo momento in poi te ne andrai, o me ne andrò io.”
La nuvola, il cui colore andava pian piano schiarendosi, diventando di un grigio molto più pallido, si gonfiò diventando un’enorme palla biancastra nel cielo e disse: “dovunque andrai io ti seguirò, perché questo è il mio compito. Io devo portare la pioggia in ogni dove. Puoi scegliere, dunque, di continuare a fuggire per sempre ma io ti troverò ovunque tu sarai. Ricordati che non pioverà sempre e che non tutti i mali vengono per nuocere. L’acqua rappresenta la vita e in qualsiasi luogo andrai, sopraggiungerò io, superando ogni confine. Sta a te decidere.”8195468-ventoso-cielo-con-nuvole-fumetto--illustrazione nuovla il topo e la nuvola, dalila tarnato, fiabe, favole per bambini, il topo e la nuvola
Il topo colmo d’ira ma ancora intimorito annunciò la sua sfida e gridò: “trovami allora se ti riesce! Tu e la tua pioggia non intaccherete mai tutto ciò che ho costruito, il mio rifugio più intimo nel quale sono al riparo da ogni male.”
E fu così che il piccolo sorcio si rintanò nuovamente nella sua soffice e accogliente fessura nella quale portò un po’ di provviste in attesa che la nuvola se ne andasse, e che con lei portasse via anche la pioggia.
Per giorni e giorni la nuvola rimase lì, ferma a vegliare su Terra Fiore; di tanto in tanto si incupiva e qualche lacrima le scorreva.
Plic Plic Plic….
“Te ne andrai prima o dopo ed io tornerò ad essere felice”-pensò il topino-, ormai infreddolito e fradicio.
Plic Plic Plic….
La sua speranza andava affievolendosi, la nuvola forse non se ne sarebbe andata mai, la sua tana sarebbe stata inzuppata e lui sarebbe dovuto uscire allo scoperto, rimanendo senza un valido riparo.
Plic Plic Plic…
Erano passati ormai dieci giorni e il topino era tutto bagnato, la sua casetta era umida e fredda e non aveva più nulla di cui nutrirsi, quando ad un tratto drizzò le orecchie: il rumore della pioggia era cessato, un raggio di sole filtrava nella sua tana come una gemma preziosa e tutto, intorno, sembrava più tranquillo.
Fu così che il topo decise di uscire pian piano dal suo nascondiglio e affacciandosi poco per volta con il muso vide che la nuvola se ne era andata e che il sole troneggiava alto in cielo.
Scosso da un impeto di felicità il piccolo ratto balzò fuori del tronco e si guardò intorno ma non riconobbe la sua terra. Intorno al suo ramo di sequoia erano nate tante piantine verde smeraldo e intorno al suo nido c’erano fiori di tanti colori diversi. Il topo notò un esserino intento ad odorare una bella margherita rosa e domandò: “ Chi sei? Che ci fai nella mia terra? Io sono il re di Terra Fiore e sono felice nel mio mondo”. Il piccolo animaletto voltandosi verso il topo rispose con calma e serenità: “ Mi chiamo farfalla e sono un’abitante di Terra Fiore. Sono molto contenta di essere nata qui dove c’è spazio per me e i miei nuovi amici. Loro sono le corolle che caratterizzeranno il tuo Mondo da adesso in poi. Prima non c’era nessuno nella tua terra, ma adesso siamo in molti” e, volgendo lo sguardo verso il suolo, presentò i nuovi dimoranti al re topo: “loro compongono il regno adesso: la lumaca, il ragno, la libellula, i boccioli, l’uccellino. Solo ora potrai dire di essere il re di Terra Fiore”.
Il topolino chiuse per un attimo gli occhi grigi e li riaprì e ciò che vide gli sembrò stupendo: un vero regno, rigoglioso e florido, con nuovi amici e nulla di cui temere. In quell’attimo si sentì felice e urlò la sua gioia ai nuovi arrivati. La farfalla guardò il topo intensamente e gli disse: “tutto questo è nato grazie alla pioggia mentre tu eri nascosto nel tuo nido. La nuvola ha aspettato ben dieci giorni e per dieci giorni ha creato ciò che vedi. Sei rimasto nascosto troppo al lungo e lei ha deciso di andare via, lontano per sempre perché tu hai rifiutato di affrontare la pioggia. La nostra vita è legata a te, senza l’acqua noi tutti moriremo presto e rimarrai solo tu, a sopravvivere nel tuo tronco mangiando qualche foglia secca. Ma non è forse quello che hai sempre desiderato?”
7745250-erba-rigogliosa-con-fiori il topo e la nuvola favolaIl topino si sentì solo e di colpo comprese quello che era accaduto: per la prima volta aveva capito che cosa fosse la felicità, per la prima volta aveva compreso che il suo mondo non era quello che lui si era costruito e nel quale non vi erano turbamenti, ma che il vero mondo era quello prosperoso e bellissimo che ora guardava con i suoi occhi. A quel mondo si poteva arrivare solo grazie ai turbamenti, alle fatiche, agli scompigli. “Ora capisco: la pioggia non porta solo male, ma vita” – disse il topo alla farfalla che sbatteva le ali.
“Voglio trovare la nuvola e dirle che adesso non ho più paura della pioggia, voglio dirle che ho capito cosa significa essere re di Terra Fiore, voglio dirle che sono pronto a inzupparmi ancora per questo Regno!!”. La farfalla rise e volò via.
Trascorsero altri dieci giorni e tutto nel regno iniziò a spegnersi, rimasero solo due fiorellini e la farfalla amica del topo. “Come devo fare compagna farfalla? Ho bisogno della pioggia, anche se avrò paura l’affronterò e dimostrerò alla nuvola che io desidero più di tutto regnare su questa terra e avere voi come miei amici.”-disse il topino al piccolo insetto. In quel momento il vento soffiò più forte e nel cielo si aprì un varco bianco e rosa: la nuvola era tornata e sembrava serena. Era più piccola, soffice e morbida: pareva accogliente e aveva uno strano sorriso obliquo molto più eloquente di ogni altra parola. Guardò il topo e fece scendere giù un po’ di pioggia. Il sorcetto indietreggiò, guardò il suo rifugio, fece per entrarvi ma poi, con il muso rivolto al cielo accolse l’acqua e ne bevve anche. Così bagnato allungò la zampa verso la morbida nuvola che lo fece salire in grembo a sé.
Il topo e la nuvola ora dormivano in cielo l’uno nel respiro dell’altra ,vegliando sul Regno che di lì a poco sarebbe divenuto un piccolo paradiso.

L’anno delle cose impossibili

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Mi sarei accontentato che fosse stato il mese delle cose impossibili. Bob Marley ci suggeriva l’omicidio di uno sceriffo, la calma imperava. Le birre, le sigarette, le sigarette, le birre. Si parlava a stento, ipnotizzati da quei fottuti colori ammalianti. Non potevo fare null’altro che assecondare quel momento, voltarmi di tanto in tanto a guardarla fumare, a scoprirne i suoi piccoli vezzi, a studiarne il modo in cui stringeva la sigaretta tra le dita o in cui si incasinava parlando e abbassava inconsciamente il tono della voce. Non potevo far nulla. Le cose vanno o non vanno.
Ci avvicinammo, solo un po’, chissà perché poi. Le mani appoggiate sulla sabbia, le sfiorai il mignolo, gli occhi rivolti al cielo a guardare le nuance che sfumavano, la notte che inseguiva pigra il giorno morente.
“Ci credi in Dio?”le chiesi.
“Io? Bò… Guarda là! Forse sì, mi è simpatico ecco. Tutto questo, il tramonto, il mare, le stelle. Sì, Dio è proprio un gran figo.”
Già. Io la porto in spiaggia, la voglio da morire, i suoi occhi, cazzo i suoi occhi sì che si intonavano con quella serata. Le mani. La voglio baciare, la voglio toccare, mi piace da morire. Voglio gustare il suo sapore, sentire la sua saliva, annusare il suo collo.
Intorno a noi i preparativi dei bagordi notturni, ragazze schiamazzanti e candele profumate, più in là qualcuno si attardava per un ultimo tuffo.
“E tu ci credi in Dio?”, mi chiede con quei suoi dannati occhi blu.
Non rispondo e guardo l’orizzonte.
Si alza di scatto: “E’ tardi, devo andare”.
“Occhei”. Le dico. La guardo, la desidero un’ultima volta.
“No, non credo di credere in Dio.”

Memoria di Ulisse

racconti taranto, Bruno Pompili,Comunicazione, comunicazione verbale, comunicazione non verbale, comunicazione persuasiva, persuadere, pubblicità persuasiva, semiotica del testo, semiotica dei nuovi media, semiotica dell’audiovisivQuanta pazienza ci vorrà. Quanto sei disposto ad aspettare e quanto pensi di resistere.
Il granchio, due, quattro granchietti ora si muovono più in fretta appena l’onda si ritira; hanno fili d’alga appiccicata sul guscio; un piccolo polipo, cangiante come il riverbero dell’acqua prima e dopo d’essere onda, non sembra muoversi; un’ombra che si avvicina e scompare verso il fondo e non saprai mai chi era, ma forse solo un pesce, logicamente; e tuttavia ci sono tante leggende.
Si è mosso il polipo, sono scappati i piccoli granchi pelosi, l’ombra chissà se torna.
Ad aspettare, anche il polipo può decidere di camminare sulle pietre basse, forse prova a respirare, per ragioni che non sa; i granchi provano soluzioni diverse, per rosicchiare frammenti di cibo sulle pietre, e possono non respirare il tempo sufficiente per guardare il pericolo del gabbiano. Né questo, né gli altri hanno percezioni uniformi; il desiderio di cambiamento è una normale natura e non provoca né tensioni, né drammi, né addii, né ritorni, né tantomeno parole. Solo brevi piccole corse, un poco di calore aggiunto sulla schiena, anche su quella del polipo, sul suo passo strisciante e cadenzato per pochi istanti sulle pietre. Il gabbiano è proprio lontano e indifferente; si sa che preferisce un tuffo rapido, più veloce del Gran Tuffatore, che ha altri ritmi, nel nuoto e nel volo.
Pensano a – no, è un modo di dire –, si interessano del cibo, in qualche stagione si preoccupano del nido, o della caccia-pesca per i piccoli. Al respiro non possono pensare; a quanto tempo ci vorrebbe per cambiare. Inconsapevoli, provano delle soluzioni di problemi ignoti, e insomma inesistenti per una memoria tanto ridotta. Persino un pesce piuttosto grosso, anche se afferrato da un altro, o da un pescatore, se riesce a liberarsi, a sfuggire, dopo pochi secondi ha dimenticato l’avvenuto, e può di nuovo succedere di tutto.
Le loro strategie individuali per il futuro hanno così poco senso, proprio nessuno sul breve tempo di una sola vita. Quando agiscono in gruppo hanno tanta più memoria. O forse non è la memoria. E neppure quella di un uomo conta molto.
Anche per le cose semplici ci vuole un tempo; per camminare a piedi nudi ci vuole un allenamento, una soletta di pelle callosa stratificata dall’uso e dagli anni. Difficile da dirsi e da farsi, una volta abbandonata un’abitudine lenta e consueta.
Non c’è discorso possibile sulla velocità dei cambiamenti, non c’è peso o riflessione. Solo alcune premesse, dettate dai racconti.
L’alluce deve essere forte, ben separato, per sentire e dominare il terreno: le altre dita sono per l’equilibro, per le sfumature del movimento e del sentire.
Quanto tempo ci vuole per dimenticare. Respiro dell’acqua, soffio dell’aria, fruscio dell’ala, scivolamento veloce delle squame.
C’è sicuramente del bello in qualcosa, forse in tutto, a guardare, correre, cercare, ma ricordare col corpo è una continua inconscia dimenticanza.
Solo ipotesi dunque, di qualche solitario, seduto sugli scogli, attento a non bagnarsi né a scivolare pericolosamente.
È forse dall’acqua che nascono i sogni; non è forse dall’acqua che nascono i sogni?
Un canto antico, sugli scogli, confuso col ritmo e col risuonare dell’onda. Un rumore. È qualcosa. È l’inizio. Tutto, ad ascoltare, e riprodurre.
Quanto per diventare canto, e quanto per diventare musica.
E allora Ulisse può ricordare che mentre riposava, in un luogo asciutto, dove poteva camminare come un uomo, cibarsi con altri uomini, guardare verso uno stupido orizzonte – sì, ma lo faceva solo lui – e disegnare navi nella mente, e viaggi di addio o di incontri, e allora Ulisse può ricordare che un canto segna i limiti estremi e poi sfugge al ricordo. Resta la figura, il vento, la luce, il niente.
Aveva visto bene il piede delle due fanciulle, gli alluci ben separati, e le altre dita che scendevano in successione a toccare il suolo, così rapide da sembrare un solo tocco. Lo scoglio risuonava, la terra risuonava, solo per l’orecchio di Ulisse.
Le due fanciulle risero e poi sempre ridendo presero le due canne forate e soffiarono suoni che accarezzavano lo scoglio, che toccavano la terra. E Ulisse si inventò che avevano strani e misteriosi strumenti, corde strisciate da legni colorati, vibrazioni che non sapeva ben raccontare perché si era ubriacato di momenti che cercava di raccontare e non aveva le parole giuste. Anche lui, il grande astuto, raccontava solo il passato, e malamente i sogni.
Era stato tradito dalla bellezza, che non riesci a ricordare e quasi per niente a raccontare, se molto l’hai vissuta, prima di perderla.
L’uomo fu trovato da bambini, all’alba, quando il ritrarsi della marea aveva lasciato scoperta una lunga striscia di sabbia. Era solo una macchia, seppur di un nudo bianco.
Senza nome su carte, cercate tutt’intorno, senza segni sul corpo eccetto qualche ferita infantile, una più vistosa al ginocchio. Aveva un orecchio tappato da un grosso grumo di cera, l’altro era libero e ancora sanguinante. Segni vistosi di legacci ai polsi e alle caviglie, e un brutto segno sulla schiena. Come a dire che aveva ascoltato molto, e almeno in parte. Accordi e stridori feriscono allo stesso modo, appena mancano.
Le bambine col loro violino più ridono di quanto non suonino, correndo via sugli scogli.
Molti racconti nella sera.

Di Bruno Pompili