L’ira di Pandora

pandora, vaso di pandora, l'ira di pandora, bruno pompili, classici greci, miti greciAncora non si sapeva chi fossero quegli uomini, persone sparse nella vallata, donne senza bambini. Come se d’improvviso fosse nato un popolo, che doveva ancora crescere e riprodursi.
Pandora era bambina, guardava la vallata e sapeva di essere destinata a Prometeo; così aveva capito, pur senza averlo mai visto; ma ne aveva sentito parlare: un eroe, con le sue malefatte, un cialtrone irrispettoso, un ladro, uno che faceva tutto per gli altri e per sé si prendeva le pene.
Un’amica gliel’aveva sussurrato, sfiorandola quando stava per andare a incontrarlo, poiché c’era un viaggio di mezzo con ancora il tempo per pensarci. Invece non era così. Ma gliel’aveva detto e lei poco l’aveva capito: non t’immischiare, sono tutte persone difficili.
Tanto piccola, non poteva pensare veramente a tutto; aveva delle immagini, qualche parola, e non sapeva cosa credere, forse tutto forse niente. Se si sentiva sorridere, non sapeva perché; ma a differenza di cose viste, lei non si accorgeva mai di piangere. E non lo faceva.
La prima cosa che Prometeo le disse fu che quella vallata popolata l’aveva fatta lui, cose e persone. Lo diceva così bene che era obbligata a credergli; tuttavia lei lo affermò a voce alta, che aveva bisogno di capire meglio, che aveva bisogno di tempo. Ma intanto sorrideva cercando di spiegargli che secondo lei una donna è molto diversa da una cosa; non lo sapeva molto bene, ma lo sentiva chiaro. E lui doveva stare attento; se sbagliava, l’errore era definitivo.
Anche Prometeo rise quando le spiegò in faccia che una come lei non era mai piccola e mai grande; in più era sorpreso che questo non l’avesse già capito, ma affermò anche che era il solito inganno degli dei: dare con una mano e togliere con l’altra, la consapevolezza soprattutto, il sapere di sé, un lavoro da fare con tanti anni e molta fatica, soprattutto senza certezze.
Spiegò a Pandora che non era destinata a lui, ma a suo fratello Epiméteo, brava persona con la caratteristica che capiva poco, o meglio capiva sempre tardi. Bastava aspettare, avere pazienza, per limitare i danni. Ma per tutto questo in realtà c’era tempo, c’era tanto da fare e Pandora poteva credere di essere bambina, e sorridere. Nessuno le avrebbe fatto storie, o affronti, perché il peggio era molto lontano; poteva anche non arrivare. Dicendolo innescava illusioni, ma per un istante riusciva a credere anche lui nelle proprie parole.
Pandora bambina aveva avuto molte confusioni da schiarire, ancora se ne trovava ogni tanto inadeguata; per questo, non potendo semplificare, aveva adottato senza saperlo un sorriso ambiguo che le dava tanto fascino presso gli altri, ma le lasciava dentro sempre l’idea di aver truccato cose persone eventi.
Le succedeva di ribellarsi perché non voleva rassomigliare a Prometeo, che le aveva mentito su di un momento e su di un fatto essenziali.
Ma doveva credere alle voci intorno a lei? Le aveva sentite troppo spesso per ritenere che non ci fosse nulla di vero: un inizio di logica, questo, che neppure le apparteneva. Lei era diversa.
Pare che fosse andata così: Prometeo era rimasto deluso dalle donne e ne pensava una perfetta, meravigliosa, una figura da costruire, da regalare a tutti. Di certo questo sarebbe stato disorientante e pericoloso, per tutti, per Pandora in particolare: sapere che c’è una meraviglia, che non può essere né raggiunta né imitata, e che questa era proprio lei. C’era un crollo dentro la sua testa, non poteva metterne a posto i pezzi; voleva accontentarsi di molto meno, invece era proiettata dove non c’era nulla, se non vaghezza e assenza.
Ma Prometeo lo aveva fatto. Prima una statuetta di creta, poi un’anima rubata nella casa degli dei, dove si era introdotto di soppiatto aiutato da qualcuno il cui nome venne imbrogliato ad arte per evitare ritorsioni, ricatti e punizioni. I genitori assegnati a Pandora erano tuttavia solo un piccolo anello nelle confusioni che erano state fatte.
Pandora bambina nel corso dei giorni si accorgeva solo di poco: camminava nel vento, ma a favore o contrario che fosse non cambiava niente; camminava libera nell’immobilità; attorno a lei c’era sempre un vuoto e un sovrappiù di luce. Da dovunque provenisse il vento, lei c’era, lo polarizzava altrove, e la luce tutta giocava fra i suoi capelli.
Era lei quella figura che ti colpisce ma non la trattieni, come se non esistesse e fosse nata da te stesso in una riflessione durante il sonno. Pandora cambiava le cose più semplici, così stava fuori da ogni contatto troppo comune.
L’estraneità è per tutti difficile da sopportare; non sarà forse per questo, per una comprensione, pietà o benevolenza, che ognuno la subiva, lei, quella donna, e poi voleva entrare nel cerchio del suo fascino e si sentiva di doverle regalare qualcosa di unico, per la vita o per sempre.
Pandora prese l’abitudine di conservare i doni in un vaso: troppo fragile, allora trasferì tutto in un otre di pelle resistente.
Si accorse lentamente, con un sorriso inesplicabile ai più, che per lei non c’era differenza fra bambina e donna; fu un momento di lucidità che non le apparteneva, perché lei non aveva tempi bui e spazi luminosi, ma quel momento ci fu, e fu forse quello che annullò le differenze. Ormai era così, non era più bambina, o meglio non poteva più pensarsi piccola, né persona di ambigui sorrisi.
Affrontò Prometeo e gli spiegò di nuovo che una donna è diversa dal sogno che lui si era fatto. Però lei si trovava a doverci vivere, obbligata a starci chiusa dentro, a interpretarlo; per questo gli avrebbe conservato un odio infinito, per sempre, per lui e per tutta la sua famiglia.
Siccome tuttavia lo ammirava per ben altre imprese, lo avrebbe aiutato cercandogli alleati, o nemici da convertire, tutte le volte che ne avesse avuto bisogno. Tutti e due sapevano che le minacce di imminenti tormenti, accompagnati da imprigionamento, stavano per raggiungerlo già cariche di presente e di solitudine. Questo aiuto insomma glielo doveva, avrebbe smosso il mondo; ma aiutarlo non escludeva l’odio.
Pandora donna aveva da scontare ancora il peggio, in cambio della felicità di cui non si era compiaciuta in altro tempo. La vita con Epiméteo era ovviamente difficile, a causa soprattutto della sua mancanza di preveggenza, infatti non era come suo fratello. Troppo tardi capiva i suoi propri atti, e che non avrebbe mai dovuto accettare Pandora.
Prometeo gliel’aveva pur detto con parole chiare quando gliela presentò: portava troppi doni, che venivano da troppo in alto; lei stessa e il vaso che custodiva erano un inganno. Ma era nella sua persona capire più tardi. Lo stesso Prometeo non poteva cambiarlo, poteva solo saperlo.
Pandora bestemmiò di nuovo contro la loro famiglia e contro nebulosi mandanti, che aveva falsamente frequentato e inconsapevolmente odiato. Ora era tutto vero, al presente.
Era il momento di obbedire alla necessità.
Non per curiosità aprì il suo otre di perfidi doni, ma per odio, il suo nuovo estremo sentimento. E tutte le possibili falsità si sparsero su tutto. Lo sapeva, ma non poteva cambiare né la sua propria volontà né i suoi atti; lo sapeva che erano doni mobili, che si tramutavano in altri e andavano alle persone sbagliate, diventando male o anche peggio.
Non accettò tuttavia l’ultimo inganno, portato dal più infido dei messaggeri, quello con le alucce alle caviglie. Il messaggio più malefico, più ambiguo diceva di trattenere nel vaso la speranza, per non annerire totalmente il mondo, fingendo di addolcirlo in parte. Quella speranza che, avvertita tempestivamente, si era annidata in un angolo dell’otre, in una piega stretta e impercettibile.
Pandora camminò a lungo, come una che ha molto da pensare; scelse un punto molto elevato, tanto che non c’era luce sulla cima. Un tempo di attesa senza misura.
Apre per bene il suo otre, che l’aveva accompagnata per tutto il tempo di cui aveva memoria, lo scuote e lo rovescia per farne uscire l’ultima maledizione, affinché non ci siano dubbi sulla sua onestà e coerenza. Così l’ultimo dei mali, il più perfido inganno, accompagnò tutti gli altri, ovunque si spargessero.
E che fosse chiaro: nessuna speranza nel dono estremo, perché sperare vuol solo dire aspettare.
Il buio del monte ora nasconde anche Pandora.
Nulla spes ultima spes?. L’ambiguo male è sempre il peggiore: questo almeno era chiaro nel sorriso di Pandora bambina.

Di Bruno Pompili

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