La memoria di Deianira

La scrittura orientata su vecchie storie, e anche su miti, non è più oggi il segno di una debolezza dell’invenzione, ma il rifiuto di una corsa insensata a moltiplicare varianti su intrecci esauriti.
Ogni volta che vedo un film o leggo un racconto mi trovo nella sgradevole situazione di già sapere in anticipo le battute degli attori o lo sviluppo di una finzione, e molto spesso su una base tanto piatta.
Non credo che sia più un risultato importante trovare nuove trame quanto piuttosto altre scritture.

 

220px-Deianera, olio su tela Evelyn de Morga, Bruno Pompili, racconti taranto, racconti Bruno Pompili, racconti brevi, miti gregi, mitologia greca, scrittura,Comunicazione, comunicazione verbale, comunicazione non verbale, creativaLe linee del corpo pallido di Deianira si confondono con le pieghe delle lenzuola; restano visibili macchie ormai asciutte di sudore, e appena più scuri triangoli d’ombra.

Non era sempre stata così pallida. Al contrario, una bambina ombrata che si nascondeva nella sera, e rispondeva solo alla chiamata del nome; poi smise. Da allora appariva e spariva a propria volontà, oscura nella notte, chiara al sole, e dunque inafferrabile.

Più tardi sembrò che ciò dipendesse dall’amore confuso, a se stessa inconfessato a lungo, orientato su Nesso, prestigioso fra i centauri, prima di unirsi per la vita e per la morte a Ercole.

Ercole era molto esigente e l’altro aveva qualche problema nell’approccio, inizialmente a causa delle quattro gambe, o quattro zampe; ma una volta entrato in rapporto, Nesso la travolgeva e poteva restare indimenticato se ci fosse stata una vera collaborazione.

Il legame ufficiale e stabile con Ercole era comunque buono, quasi come il galoppo del centauro, e alla fine divenne dominante, assoluto, e aveva estirpato ogni memoria: come un passato sognato che non chiedesse più di essere rivissuto neppure in sogno.

Deianira era dunque libera, senza sapere tutto, come invece riteneva nella sua tranquillità; solo inquieta quando Ercole, chiamato Eracle nella sua tribù, si spostava per il mondo, per grandi imprese e per lavori faticosi rifiutati da tutti.

Lei capiva che, viaggiando, doveva sicuramente incontrare persone di ogni genere, e anche femmine di qualità, certamente capaci di impressionarlo. Per il momento era sicura di sé e, molto giovane, non poneva problemi di nessun tipo. La memoria recente le bastava, quella remota non tornava.

Nesso tuttavia la seguiva di nascosto, e con molti trucchi riusciva a non farsi scoprire; un gioco anche per lui. Finché la vide addormentata, nuda, pallidissima e confusa con le linee ingarbugliate delle lenzuola, macchie numerose di sudore e rari triangoli scuri sparsi nelle pieghe, defilati negli accumuli delle stoffe, con altre Deianire stanche e sudate, un gioco di specchi che rovesciava immagini e memorie.

Quando Nesso si fece scorgere, per una scelta forse improvvisa, la memoria di Deianira rifluì tutta in un colpo; fu facile cosa e lunga corsa a nasconderli nelle gole inesplorate del monte Pelio.

Se per tanto tempo scompariva e riappariva agli altri, ora si assentava da se stessa. Una nebbia si muoveva dentro di lei e alterava riflessioni, celava ogni immagine che potesse orientare passi e parole. Per questo aveva anche smesso di parlare, dominata da un presente che non le apparteneva; e infine non si ritrovava in nessuno, né a se stessa tornava riconoscibile.

Non si dava a Nesso, era lui che la prendeva.

Poi il fiume dove viveva, o passava il proprio tempo, si fece quieto e diverso; era lo stesso fiume che aveva ostacolato il suo incontro con Eracle prima di esserne vinto, e in un lungo periodo di secca parlò, come uno che sta per morire e vuole essere pacificato. Mosse per primo frammenti di ricordo, e Deianira voleva metterli in ordine, collegarli.

Di fronte alla sua assenza di mente e poi di corpo, Nesso trovò che non si compiaceva ormai più di nulla; era dunque venuto il momento di andare altrove. Partì e il silenzio lasciato fu riempito dalla più antica memoria di Deianira, che ricostruì la sua casa, aspettando il ritorno di Eracle, con molta pazienza sapendo di dover nascondere una fase inspiegata dell’attesa.

Tutti i suoi dubbi, le sue incertezze nella comprensione degli eventi, si orientarono a cercare una causa remota che ne alleggerisse la confusione. Pensò infine che la colpa era di Eracle, che le sue assenze erano troppe e troppo lunghe, che certamente trovava altrove quel che lei non gli dava: se così era.

Prima giustificò a sé il suo lungo intervallo con Nesso, poi si fece nascere immagini e fantasmi, che erano sempre femmine avvinghiate al suo sposo, alle quali lui non resisteva mai.

E infatti, proprio secondo la sua certezza, Eracle tornò con una carovana di prigionieri, ricchezze e schiave, alcune delle quali abbacinarono i suoi occhi per eleganza, proporzioni e insolita armonia. La bellezza dominante fra tutte aveva un nome, ma lei si rifiutò di memorizzarlo; lo sentiva e lo dimenticava.

Eracle le mostrò, senza aprire discorsi, che nessuna poteva mai offuscare in lui la sua immagine e Deianira fu liberata da un incantesimo, quella nebbia che Nesso aveva alzato dentro e intorno a lei. Ora anche il nome di Iole, la incomparabile estranea, poteva essere pronunciato come un suono qualsiasi.

E infine ottenne che al prossimo viaggio lo avrebbe accompagnato. Questa promessa era una luce, e le ombre erano solo insetti soffiati via dalla brezza.

Il giorno di un nuovo viaggio arrivò, e la partenza fu in ordine con le promesse fatte.

C’era da aspettarselo che le stagioni cambiassero, che i guadi dei fiumi fossero impraticabili, e che a traghettare i viandanti ci fosse una volta o l’altra, in un qualche fiume, proprio Nesso, che aveva avuto il compito di farlo.

Sciocca presunzione, orgoglio smisurato, e così Eracle si spinse nei gorghi, con successo, ma affidando Deianira alla groppa del suo rivale sconosciuto.

Sentire le cosce di Deianira stringergli il dorso scatenò in lui un galoppo senza limiti; subito suscitò nebbie su tutte e due le rive del fiume, nei boschi tutt’intorno, e la corsa fu senza tempo per sé e per la sua padrona, che si reggeva alla criniera, in parte guidandolo e in parte trascinata senza freni.

Eracle era un grande e non esitò a cercarli, e non faticò a trovarli. Una sola freccia fu sufficiente a raggiungere Nesso da molto lontano, e il Centauro capì la propria follia. La freccia arrivò da così distante che il veleno si attenuò in parte e ci fu il tempo per un lungo discorso.

Spiegò a Deianira, mentendo, che un piccolo vaso del suo proprio sangue sbiancato dalla morte – non parlò di veleno – andava conservato, e se usato per intingervi un indumento di Eracle, lo avrebbe fatto tornare sempre da lei, annullando qualsiasi prestigio di qualsiasi altra donna. Nascondeva quel che aveva capito, e che lo stava uccidendo: la freccia era intrisa con l’inestinguibile sangue dell’Hydra.

Sembrò un incidente di viaggio, consueto, e finito bene.

Di nuovo Deianira ebbe qualche difficoltà a orientarsi e a ordinare gli eventi. Le apparve che ad ogni villaggio incontrato ci fosse una Iole in agguato, e forse c’era, e per certo la vedeva. Più lei la guardava che non lo stesso Eracle; se ne incantava più ancora che ammirarla; ma alla fine, per essere convinta dello sguardo di lui e anche dei propri, decise che era il momento di mettere alla prova il dono di Nesso.

Stanco del viaggio, e dopo una notte poco soddisfacente, sembrò a Deianira che il suo compagno dovesse rivestirsi e acquietarsi. La camicia preparata dalle sue mani rivestì il corpo nodoso di Eracle, che rinvigorito si alzò e si diresse alla cima di una boscosa collina per incontrare il sole nascente. L’incontro col calore e con la luce accese il suo corpo e lo consumò.

Deianira lo capì vedendo i buchi che si erano formati su altre stoffe, esposte al calore del fuoco e casualmente toccate da quel sangue bianco, e solo in quel momento capì l’inganno. Non attese che l’incendio scendesse dalla collina verso l’accampamento, come già stava avvenendo; si uccise sul proprio letto, entrando lentamente in una nuova nebbia.

Tutti fuggivano e nessuno poté aiutarla; né Deianira avrebbe voluto. Non sapeva dove andava, ma certamente non chiedeva di essere ritrovata, né volutamente, né per destino o per caso.

Ricordare sarebbe stato di una grande fatica, e anche dimenticare.

 

Di Bruno Pompili

 

 

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