Memoria di Ulisse

racconti taranto, Bruno Pompili,Comunicazione, comunicazione verbale, comunicazione non verbale, comunicazione persuasiva, persuadere, pubblicità persuasiva, semiotica del testo, semiotica dei nuovi media, semiotica dell’audiovisivQuanta pazienza ci vorrà. Quanto sei disposto ad aspettare e quanto pensi di resistere.
Il granchio, due, quattro granchietti ora si muovono più in fretta appena l’onda si ritira; hanno fili d’alga appiccicata sul guscio; un piccolo polipo, cangiante come il riverbero dell’acqua prima e dopo d’essere onda, non sembra muoversi; un’ombra che si avvicina e scompare verso il fondo e non saprai mai chi era, ma forse solo un pesce, logicamente; e tuttavia ci sono tante leggende.
Si è mosso il polipo, sono scappati i piccoli granchi pelosi, l’ombra chissà se torna.
Ad aspettare, anche il polipo può decidere di camminare sulle pietre basse, forse prova a respirare, per ragioni che non sa; i granchi provano soluzioni diverse, per rosicchiare frammenti di cibo sulle pietre, e possono non respirare il tempo sufficiente per guardare il pericolo del gabbiano. Né questo, né gli altri hanno percezioni uniformi; il desiderio di cambiamento è una normale natura e non provoca né tensioni, né drammi, né addii, né ritorni, né tantomeno parole. Solo brevi piccole corse, un poco di calore aggiunto sulla schiena, anche su quella del polipo, sul suo passo strisciante e cadenzato per pochi istanti sulle pietre. Il gabbiano è proprio lontano e indifferente; si sa che preferisce un tuffo rapido, più veloce del Gran Tuffatore, che ha altri ritmi, nel nuoto e nel volo.
Pensano a – no, è un modo di dire –, si interessano del cibo, in qualche stagione si preoccupano del nido, o della caccia-pesca per i piccoli. Al respiro non possono pensare; a quanto tempo ci vorrebbe per cambiare. Inconsapevoli, provano delle soluzioni di problemi ignoti, e insomma inesistenti per una memoria tanto ridotta. Persino un pesce piuttosto grosso, anche se afferrato da un altro, o da un pescatore, se riesce a liberarsi, a sfuggire, dopo pochi secondi ha dimenticato l’avvenuto, e può di nuovo succedere di tutto.
Le loro strategie individuali per il futuro hanno così poco senso, proprio nessuno sul breve tempo di una sola vita. Quando agiscono in gruppo hanno tanta più memoria. O forse non è la memoria. E neppure quella di un uomo conta molto.
Anche per le cose semplici ci vuole un tempo; per camminare a piedi nudi ci vuole un allenamento, una soletta di pelle callosa stratificata dall’uso e dagli anni. Difficile da dirsi e da farsi, una volta abbandonata un’abitudine lenta e consueta.
Non c’è discorso possibile sulla velocità dei cambiamenti, non c’è peso o riflessione. Solo alcune premesse, dettate dai racconti.
L’alluce deve essere forte, ben separato, per sentire e dominare il terreno: le altre dita sono per l’equilibro, per le sfumature del movimento e del sentire.
Quanto tempo ci vuole per dimenticare. Respiro dell’acqua, soffio dell’aria, fruscio dell’ala, scivolamento veloce delle squame.
C’è sicuramente del bello in qualcosa, forse in tutto, a guardare, correre, cercare, ma ricordare col corpo è una continua inconscia dimenticanza.
Solo ipotesi dunque, di qualche solitario, seduto sugli scogli, attento a non bagnarsi né a scivolare pericolosamente.
È forse dall’acqua che nascono i sogni; non è forse dall’acqua che nascono i sogni?
Un canto antico, sugli scogli, confuso col ritmo e col risuonare dell’onda. Un rumore. È qualcosa. È l’inizio. Tutto, ad ascoltare, e riprodurre.
Quanto per diventare canto, e quanto per diventare musica.
E allora Ulisse può ricordare che mentre riposava, in un luogo asciutto, dove poteva camminare come un uomo, cibarsi con altri uomini, guardare verso uno stupido orizzonte – sì, ma lo faceva solo lui – e disegnare navi nella mente, e viaggi di addio o di incontri, e allora Ulisse può ricordare che un canto segna i limiti estremi e poi sfugge al ricordo. Resta la figura, il vento, la luce, il niente.
Aveva visto bene il piede delle due fanciulle, gli alluci ben separati, e le altre dita che scendevano in successione a toccare il suolo, così rapide da sembrare un solo tocco. Lo scoglio risuonava, la terra risuonava, solo per l’orecchio di Ulisse.
Le due fanciulle risero e poi sempre ridendo presero le due canne forate e soffiarono suoni che accarezzavano lo scoglio, che toccavano la terra. E Ulisse si inventò che avevano strani e misteriosi strumenti, corde strisciate da legni colorati, vibrazioni che non sapeva ben raccontare perché si era ubriacato di momenti che cercava di raccontare e non aveva le parole giuste. Anche lui, il grande astuto, raccontava solo il passato, e malamente i sogni.
Era stato tradito dalla bellezza, che non riesci a ricordare e quasi per niente a raccontare, se molto l’hai vissuta, prima di perderla.
L’uomo fu trovato da bambini, all’alba, quando il ritrarsi della marea aveva lasciato scoperta una lunga striscia di sabbia. Era solo una macchia, seppur di un nudo bianco.
Senza nome su carte, cercate tutt’intorno, senza segni sul corpo eccetto qualche ferita infantile, una più vistosa al ginocchio. Aveva un orecchio tappato da un grosso grumo di cera, l’altro era libero e ancora sanguinante. Segni vistosi di legacci ai polsi e alle caviglie, e un brutto segno sulla schiena. Come a dire che aveva ascoltato molto, e almeno in parte. Accordi e stridori feriscono allo stesso modo, appena mancano.
Le bambine col loro violino più ridono di quanto non suonino, correndo via sugli scogli.
Molti racconti nella sera.

Di Bruno Pompili

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