SPIDER: livide trasposizioni psicotiche

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La verità è l’errore che fugge nell’inganno ed è raggiunto dal fraintendimento. (Jacques Lacan)

La notte porta insonnia. L’insonnia conduce ai tarli, quelli della mente. Nuotare a capofitto tra le possibili significazioni di un testo filmico, assaporarlo nuovamente al riparo della notte, comprenderlo, ancora e ancora, giusto per vedere se il cerchio – prima o poi- si riesce a chiudere. Spider, anno 2002: Probabili interpretazioni visionarie su livide trasposizioni psicotiche del più visionario tra i registi, Cronenberg. Una pellicola che si distacca dalle altre opere di Cronenberg non tanto per l’argomento che tratta, ma per le scelte stilistiche, volute e operate accuratamente con lo scopo di tenere lo spettatore continuamente attaccato allo schermo e perennemente attento al susseguirsi della vicenda, che si basano principalmente su calcolo e freddezza di regia. Il regista riesce a far stazionare lo spettatore in una sorta di bilico, tra l’interno e l’esterno della mente del protagonista, ora uomo schizofrenico, ora bambino prodigio. Cronenberg si serve durante l’intera pellicola, di artifici narrativi come i flashback. In tale maniera, anche se il protagonista è uno squilibrato mentale, risulterà agli occhi di chi visiona il film, un narratore plausibile, ma non completamente attendibile. Dubbio permanente. Anche quando Spider scaverà nei suoi ricordi di ragazzino e troverà la verità, dovrà essere compito dello spettatore decidere se fidarsi o meno di quel punto di vista.

PUNTI DI VISTA: Spider rappresenta il personaggio e il narratore allo stesso tempo e l’elemento di forte ambiguità deriva proprio da questo fattore, legato alla malattia mentale. Noi vediamo attraverso gli occhi del protagonista, noi conosciamo le tappe della storia poco per volta e da un particolarissimo punto di vista, rappresentato nello spazio diegetico contemporaneamente bambino-attore e adulto-osservatore. Poniamo attenzione al pensiero di Edward Branigan, il quale in  Formal Permutations of the Point of View Shot si è espresso riguardo il punto di vista fornito al cinema e la soggettività presente in tutte e strutture dello stesso:

La soggettività può essere concepita come un’istanza specifica o livello di narrazione in cui l’atto del narrare viene attribuito ad un personaggio del racconto e viene recepito da noi come se ci trovassimo nella situazione in cui si trova il personaggio (…) Considero il punto di vista come un sistema testuale che controlla ( espande, restringe, modifica) l’accesso dello spettatore al significato(…) Fondamentalmente il punto di vista risponde alla domanda: quale azione (da “parte di chi”) ha conferito senso al materiale?

Ciò che accade allo spettatore è la necessità di trovarsi continuamente a dover combattere egli stesso con la psicosi del protagonista e di non riuscire a trovare risposte alle domande che si pone.

PSICOANALISI FAI DA TE: Vogliamo partire dalla nozione di Altro di Terry Eagleton in Literaly Theory An Introduction:

L’Altro è ciò che, come il linguaggio, è sempre anteriore rispetto a noi e ci sfuggirà sempre , ciò che in primo luogo ci ha creati come soggetti ma che supera sempre la possibilità di essere affermato. Noi desideriamo quello che gli altri- i nostri genitori ad esempio- inconsciamente desiderano per noi; il desiderio può nascere solo perché siamo imbrigliati in relazioni linguistiche , sessuali e sociali- l’intero ambito dell’ Altro– che lo generano.

Applichiamo questo asserto al testo di Spider: ecco che vengono fuori le motivazioni non solo psicologiche del protagonista, ma anche le scelte linguistiche e tecniche del regista. Spider opera uno sforzo brechtiano da un lato, dall’altro ha una consapevolezza latente di quella che è la sua coscienza istintiva che lo spinge a voler rivivere le sue emozioni e ad analizzarle come se fosse lui, lo psicoanalista di se stesso. Da una parte si è in presenza di uno Spider inconsapevole -o conscio a metà-, dall’altra di uno Spider estremamente lucido. Ci si trova dinnanzi ad una pellicola che non vuole solo rappresentare un mero tracciato nei meandri psicologici del passato, ma che mira a rendere lo spettatore forza in gioco dello stesso spettacolo, attraverso la follia di un uomo. La maestria di Cronenberg risiede proprio in questo, nel fatto che, attraverso il modo in cui la storia viene narrata, si ha la sensazione di essere inquieti e tale inquietudine deriva dall’antinomia che vi è tra la coerenza dettata dalla coscienza di sé ( di Spider) e un impulso innato, stimolato da una distorsione del mondo reale. Mondo reale che viene purificato dalle tele fisiche fatte di spago, all’interno della stanza della casa di cura e da quelle mentali costituite dal vero desiderio che spinge a tanto.

LA MADRE, IL PADRE, IL BAMBINO: Spider desidera solo la madre, la ricorda in tutta la sua intelligenza e bellezza: ricorda quanto essa sia stata sprecata accanto ad un uomo, suo padre, che non l’ha mai meritata. Spider bambino, teme il padre, ne ha paura sempre, in ogni momento. Desidera la morte del padre e, invece, ricorda la morte della madre. Siamo in presenza di un protagonista non solo affetto in pieno dal complesso edipico, nella sua originale accezione, ma anche di un uomo pieno di insicurezze, incertezze e disturbi compulsivi. Spider è un bambino che non può e non vuole accettare che la madre ami insieme a lui anche il padre; lo stesso padre che, nella sua mente, non considera degno dell’affetto della moglie. Ma Spider è anche un adulto psicologicamente disturbato che ricerca il suo passato, che annota i ricordi su di un taccuino attraverso un linguaggio che appare incomprensibile agli spettatori, fatto di segni strani, linee divisorie e costituito da parole prive di significato, disposte sempre in ordine differente: prima da sinistra verso destra , poi scritte verticalmente, poi in riquadri separati.

UN APPROCCIO LINGUISTICO Spider è The man remember the boy: l’uomo che ricorda il bambino, è colui che riesce a fare un puzzle e poi lo distrugge in uno scatto di ira. Questi sono elementi non trascurabili poiché permettono di farci comprendere, cosa significhino quel block notes, quel puzzle, quel linguaggio specifico, ambiguo, mai visto. Secondo Lacan, infatti, è il linguaggio che produce l’inconscio e che lo rende chiaro: è proprio nel momento in cui l’infante inizia a percepire e ad acquisire una competenza linguistica che esso stesso comincia a inserirsi in una realtà sociale e, di conseguenza, a notare e analizzare le differenze che esistono negli ambiti di un sistema linguistico verbale. Pertanto il soggetto nasce da una situazione di divisione ed è marchiato da una mancanza che, però a differenza di Freud, non si realizza senza che abbia luogo l’atto linguistico: “nel comunicare il bambino divine un essere desiderante”. Inoltre sul piano simbolico, dove s’inscrive la dinamica della coazione a ripetere, della memoria e del passaggio al linguaggio, avrebbe luogo una costante dialettica tra bisogno e desiderio che, ripetendo allucinatoriamente l’esperienza passata, ritrova l’oggetto perduto sul piano fantasmatico e ricerca una realizzazione.

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