LEGGERE DINO CAMPANA- sei saggi di Bruno Pompili

dino campana, poesie dino campana, bruno briganti, bruno pompili, critica a dino campanaConversazione rubata, in apparenza delirante.

Ogni tanto ci dimentichiamo di Dino Campana… e di tanti altri. Ora noi non cerchiamo né colpe né tantomeno colpevoli. Che sono già quasi tutti noti, e per altro senza pena condizionale, né attribuita né – giustamente – scontata.

Cosa vorrebbe dire: condizionale? Meglio pensare al congiuntivo, che sta già male per conto suo.

«Sì, sì, è così, sta proprio male.» «Come faremo a dirglielo.» «Facciamo conto di niente.» «Ma non è mica una soluzione.» «No. Sì. No.» «Ho capito. Niente speranza: sarebbe lei la cosa peggiore.»

 Ci avevi pensato?

L’interesse per Dino Campana si muove ogni tanto, soprattutto quando viene messa in circolazione una sua nuova biografia, o più dettagliata o più immaginata o più romanzata. Notizie strappate agli archivi e alle memorie. Anche artefatte, per qualche luminosa intenzione (…è un modo di dire).

È il caso di un poeta che ogni tanto arriva sulle prime pagine (o quasi) e risulta più personaggio che non autore di testi poetici. C’è una ragione, “come quasi sempre”. In questo caso, soprattutto per una storia di patimenti mentali, una brutta solitaria morte “come quasi sempre”, un qualche rapido amore burrascoso, che finisce sempre male. Tuttavia il cumulo delle sofferenze di un poeta non è necessariamente più rilevante del cumulo patito da ognun altro, da quelli cioè che non hanno forza o strumenti per scrivere e confessarsi in poesia.

Infatti nessun vero poeta può sbandierare sofferenza più di coloro che non lo dicono e non lo scrivono. Ci sono molte persone, la maggior parte, che non dicono parola. Quindi la differenza non sta lì.

Semplicemente (anche questo è un modo di dire) noi abbiamo, da quasi un secolo, i Canti orfici di Dino Campana. E abbiamo spesso la tentazione di interessarci solo dello scritto e non dello scrittore, proprio per colpa dell’eccesso (in qualche caso fastidioso) dei dati biografici.

Intanto ci sono frasi note che corrono: «Non è l’opera che spiega la vita dell’autore.» «Non è la vita dell’autore che spiega l’opera.» Verità, malintesi, falsificazioni, insulti critico-accademici, alzate di spalle, trascuratezze, avversioni corredano il campo operativo di quelle frasi. La verità non è rara, è molteplice; dunque nella lettura ci vuole pazienza, comprensione, finezza, testardaggine, amore e cattiveria, filologia e mannaia, intuizione e piedi per terra; come dire: contraddizioni!

Per conquistare la cittadella fortificata del senso intimo al tessuto poetico occorrono armi diverse, multiple strategie che si fondano su tattiche o che le alterano. Leggere può essere un piacere leggero o una trapassante fatica.

Leggere Dino Campana richiede un poco di disponibilità in più del solito. Il legame diretto e possessivo del suo immaginario quotidiano – e sia pure allucinato – con le parole, che sembrano sgorgare insieme dai fatti e dalle memorie, ci mette nell’obbligo di dare una particolare attenzione (non esclusiva!) ai residui fermentanti della vita nella costruzione del grido e del canto. (Sto parafrasando da Bruno Pompili, e chiedo scusa).

Si possono dunque fare conti severi con le parole del testo, si possono cercare equivalenze concrete fra organizzazione delle parole e occorrenze diaristiche e biografiche, individuare corrispondenze simboliche, nodi psichici irrisolti trasformati in costanti espressive. Si può collocare il tutto dentro la pratica critica della seconda metà del secolo scorso. Si può tuttora inventare una misura assolutamente nuova delle cose e delle parole, come si trova in particolare nel saggio La distanza e il ponte, che chiude il terzo volume della serie di saggi di Bruno Pompili, Strabismi 3. Dino Campana (Crav – B.A. Graphis, Bari 2008, pp. 147, «ecarttrace»).

Le ragioni della vita e le strutture del testo riescono a stare insieme in questi saggi con analoga importanza e salutari squilibri.

Non avendo io debiti da pagare a nessuno, né crediti da riscuotere, posso dire francamente di non capire il silenzio intorno a questo libro. Non perché sia obbligatorio trovarsi d’accordo, ovviamente, ma ci deve essere qualcosa che non funziona (nel villaggio delle lettere?) se non si è aperto un discorso: mi aspettavo anche rigurgiti e proteste, obiezioni certo. Ma solo le biografie sembrano scuotere l’attenzione, insieme a tardive scoperte giornalistiche e ad altrettanto tardive indiscrezioni, ormai, maldicenze insignificanti… perché non si vuole o non si può leggere di nuovo il testo originale. Né discutere altre letture.

Mi dispiace. Mi aspettavo altro. A differenza di Bruno Pompili, che è sempre pronto al peggio.

Memoria, diario, viaggio, racconto, frequenze lessicali e strutture, problemi di metodo, corrispondenze simboliche del vivere e dello scrivere, le costanti e le differenze, sono i ricchi punti che polarizzano l’attenzione nei diversi saggi. Si può dissentire, litigare forse con l’autore, ma lui ci offre una strada insolita di lettura, sovente originale, e nell’ultimo saggio (del 2008) troviamo una sorpresa assoluta che porta una luce ormai inattesa sui Canti orfici.

Di Bruno Briganti

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