L’invenzione della Notte

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La notte si era completamente alterata; a vederla dalla sponda del mattino era come una nave appena arrivata, piena di vomito.
Qualcuno si sforza di sorridere, ma così ancora di più lo penetra un’acidità di ricordo, con onde perverse, e bicchieri frantumati in un tuffo più fondo dello scafo fra un’onda e quella successiva.
La notte si era fatta completamente piena di sogni così insensati da essere una veglia impossibile fra abbandoni e sussulti. Il ritorno inevitabile della luce manteneva tutto il grigio di cui è capace un umido inverno. Il piombare semilento della sera chiamava tutti i nomi già percorsi ad una raccolta impronunciabile, mancando la voce, mancando le cose, e anche la speranza.
La notte offriva quanto di più smunto (e tanto dissolto da assomigliare ad avanzi del tutto bruciati) poteva essere evocato in una parola appena ricordata, che sicuramente doveva essere detta in altre lingue, con altri soffi. Allora era la rabbia a dominare, e ancora di più si alterava qualunque probabile punto di orientamento.
Qualcuno si sforzerà ancora di sorridere, ma per ora è soltanto presente un confuso parlottare di ipotesi insulse sulla durata, sull’estensione, e naturalmente sulle misure probabili da cui cominciare, avendo perduto, o meglio essendo inutilizzabili, quelle abituali e conosciute. Che una trasformazione completa della vita fosse già avvenuta era un dubbio concreto, forse ancora unico plausibile.
Se insomma si riesce a passare ogni notte, bisogna inventare il modo di attendere quella che sta per arrivare.
Non sono neanche motivi di sopravvivenza a spingere a cercare, quando la notte è rovesciata a tal punto che è l’idea di morte ad essersi perduta. La notte stessa allora era completamente da inventare.
Eliminazione dei ricordi, stridente contrappeso e primo passo di un’inutile attenzione. La cernita, prima, dell’eliminabile; e già una popolazione di frammenti affluisce a gridare che non è accettabile. E neanche attendere, serve. Costruire la notte, deve essere fatto con quelle presenze. Portarsi accanto il segno impresso per cui si è a un punto unico e inevitabile. Prima bisognava aver scelto la disattenzione totale, il passare distratto, il vivere senza sapere. Forse, per qualche frazione almeno, sarebbe stato possibile alleggerire il presente.
Non essendo ciò avvenuto, né poteva avvenire, la saggezza era dire che bisogna convivere con neri ostacoli. O vivere splendidamente una pur vaga supposizione del nuovo. L’oggetto era la notte: quel che resta da scontare non avendo potuto mai vivere totalmente il presente, e invece sempre attenti a calcolare il futuro con angoscia. Perché allora non vivere questo che è l’inevitabile, da inventare ora. L’eredità di esperienze scoraggiate, a guardarle da questo spazio d’approdo, blocca e continua a bloccare ogni frammento di sussulto.
Ed è questa la notte, che non s’inventa e si subisce, come erano anche patiti i giorni.
A guardare, nulla si affaccia, perché anche gli ultimi agganci hanno rotto non il proprio anello, ma la pietra a cui stavano infissi.
Le parole sono forse quelle che meglio trasportano immagini. Essendo le immagini stesse quelle che si sono sperdute. Frasi fradicie ancora di memoria, e il demone del possibile notturno né le annulla né le può usare.
Gli altri forse, che altrove bruciano la loro luce, specchiano le possibilità. Morde il passare lento o veloce della strada sotto i piedi, e tanto scorre che altra è la loro corsa, altra è questa notte inesauribile ed incredibile.
Incredulo il punto, inaudibile il non dicibile, fisso il silenzio. Un orrido sole già dice che la notte è finita e altre, ben altre astuzie bisognerà inventare per la prossima occasione.
Ora bisogna scontare la luce; i ritmi sono più consueti; il giorno si esaurisce da solo; quietamente si sgretola la durata della luce, lentamente si attenuerà la frenetica esplosione delle lucertole ammansite dal declinare del sole. Le piazze solari sono più inquiete e poi più deserte e poi più sospese; lontani motori evacuano presenze già fuggite. È forse la notte nel pieno del giorno – la stessa mancanza di sé, così assorbita da figure lontane, così dissanguata da radici suggenti, così abbandonata a frammenti memoranti – a inventare le voci consolanti che diano inizio alla nuova sopraggiungente identica impossibilità di gestire la notte: che si dilata ma non si decide ad opprimere, che non ti decima, e anzi moltiplica le tue impotenze. Al margine della nuova sera, fin quando vivrà l’impossibile…
– «Nulla è impossibile». Questa era stata la tua ultima frase. Così mal capita.
La Sibilla demonica ha giocato ancora col più piccolo segno. Il risultato qui è stato verificato in modo inatteso (forse inatteso). Infatti «qualcosa è». Questa ripetuta, bloccata, deserta strada, così luminosamente notturna da non essere più niente di credibile.
Il sospetto più certo è che la Sibilla fosse stata coinvolta dal proprio gioco quando aveva mentito sul suo stesso nome, che era stato Dafne prima di essere Laury, e poi una passante che giocava con la sabbia del fiume, e poi un’allodola; e poi era scomparsa camminando come una persona: «una ninfa», diceva.
Trovare Laury poteva essere un modo per aggirare la notte, ma la ricerca non poteva cominciare. Ancora una volta bisognava inventare, su tracce non lasciate se non il peso indefinito di una sibillina frase stravolta: «Nulla, è impossibile».

Di Bruno Pompili

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