Alea iacta est: fenomenologia del cambiar poco

salvador dalì, cambiamento, vita, filosofia, trasformazione, libertà  Alea iacta est. Quanto detesto questa frase. Eppure ero solita utilizzarla, magari come aprosdoketòn, così, per fare la paracula, giusto per lasciare il segno in una discussione con qualche malcapitato di turno. E invece oggi la odio. Per quale motivo? Perché affermare che il dado è tratto equivale ad assentire, meschinamente, che non si può più cambiare, che oramai les jeux sont faits o, per dirla con Fausto Cigliani, che chi ha avuto avuto avuto, chi ha dato,ha dato, ha dato

Partendo da questa riflessione, mi son tornate alla mente tutte le volte in cui, per un motivo o per l’altro, ho pensato che fosse troppo tardi per qualcosa. E quasi sempre questo qualcosa era il mostro più temibile: il cambiamento. Chi non ha paura di cambiare? Eppure mi guardo attorno e vedo SOLO cambiamento attorno a me, nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma diceva l’amico Lavoisier, qualche annetto fa. E, nonostante ciò, nonostante questa consapevolezza, tutta la nostra esistenza appare costellata dalle non-scelte personali e da gente in-agente che, puntualmente, ci circonda. La trasformazione è necessaria per l’evoluzione e l’evoluzione non passa attraverso alla fissità e all’immobilismo, al contrario essa sembra essere direttamente proporzionale al movimento, al mutamento, alla metamorfosi. Partendo dalle piccole cose per poi diventare il cambiamento che vogliamo vedere. E invece noi cosa facciamo di solito? Andiamo a mangiare la pizza il sabato sera, il lunedì, mercoledì e venerdì andiamo in palestra, la domenica a pranzo dai suoceri (va beh per ora sono esente da quest’ultima tortura, non pagherò il ticket per qualche altro anno), oppure … non so? Beviamo il caffè sempre, tutti i giorni, alle 3 del pomeriggio? “Ma queste sono solo abitudini che semplificano la vita”, verrebbe da pensare. Si, può darsi, ma l’eccezionalità del dramma che ne consegue è che se si è così, indelebilmente radicati nelle proprie abitudini (e questo è solo un pallido eufemismo), se non si riesce a virare di botto, se non ci si fa trovare pronti a farsi sconvolgere la giornata da un avvenimento, da un imprevisto, da una sorpresa, se si resta fissi nelle proprie staticità, si corre il rischio di affezionarsi non solo alle abitudini di cui sopra, ma anche ai propri malanni, alle proprie disgrazie, alla propria negatività. Solo perché il dado è tratto. Ma questa, questa è un’altra storia …

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