Cosa resterà di quel selfie

-Ai miei tempi i giovani erano più educati di voi.
-Ai tuoi tempi?
-Sì, cosa credi che non abbia avuto anch’io la tua età?
-Mi riesce difficile pensarlo, insomma, guardati ora…
-Ah, che impudente! E pensare che alla tua età riuscivamo a divertirci senza tutte queste diavolerie che oggi utilizzate-
-Ma, nonna, io non uso quelle cose lo sai…
-Non è vero! Ti ho visto viaggiare da un posto all’altro in meno di tre millesimi di secondi. Senza quelle schifezze non ce l’avresti mai fatta! Nemmeno con la punta massima Ak30.
-E tu che ne sai della Ak30?
-Allora mi reputi davvero una rimbambita?
-No, non volevo dire questo nonna…
-Ah, benedetta ragazza! Quanto vorrei farti vedere come vivevo allora, quante cose belle ci circondavano, quanti divertimenti sani avevamo a disposizione…
-Non puoi mostrarmelo?
– No…E’ andato tutto perduto, ma tanto non capiresti
-Perché fai così? Ora sei tu che mi reputi sciocca.
-Non sei sciocca, ma non puoi capire. Sono io che vorrei morire ora e non posso, vorrei poter tornare indietro e godere di quello che avevo.
-Non ti seguo, nonna, non hai detto che ti divertivi? Che era bello vivere in quegli anni?
-Certo che lo era, ma non me ne rendevo conto. Io, tuo nonno, il nostro piccolo gruppo di amici sciroccati eravamo convinti di poter cambiare il mondo…
-Bhè mi sembra che ci siete riusciti, no?
-No. E’ il mondo che ha cambiato noi. Destinati all’eternità, intrappolati nei pixel di queste immagini che parlano e suonano e si scontrano con voi, voi che non capite.
-Ma cosa diavolo dovremmo capire? Puoi vivere in eterno e come se non bastasse quando eri giovane ti divertivi molto più di noi. Ho capito bene?
-Sono io che ho capito una cosa. La scema ero io. Che mi lamentavo di quello che vivevo. Che guardavo a quelle cose con diffidenza e ribellione.
-Quali cose nonna? Spiegati meglio…
-Ai miei tempi c’era facebook e c’erano le chat…
-Sì, mi pare di aver letto un articolo su queste cose una volta…. Sembravano fighe!
-Certamente lo erano più di quello che avete oggi.
-Non lo so, io ci sto bene così. Insomma vivere in un mondo dove ti scambi messaggi tramite computer e parli via chat può essere divertente all’inizio, ma poi diventa pesante!
-Oh cielo! Quante assurdità devo sentire ancora…Ma davvero non ti rendi conto? Io mi lamentavo che i rapporti umani fossero ridotti a quel misero scambio di faccine sul cellulare. C’erano le emoticon, ma tu non puoi sapere cosa fossero
-Nonna, io so soltanto che tutto quello che mi dici per me è assurdo. Non che io non abbia mai sostenuto una conversazione via cellulare o mail addirittura, ma solo per questioni formali o di lavoro. Tutta la vita così sarebbe pesantissima, significherebbe impegnarsi molto. Significherebbe scoprirsi…
-Significherebbe mostrare un lato di sé agli altri.
-Sì, e noi non l’abbiamo mai fatto.
-Non è colpa vostra. Voi non ne sareste capaci, tutto quello che pensate viene filtrato e spedito al mittente nella forma e nella intensità che egli preferisce… E’ questa la vera assurdità!
– E’ figo vorrai dire! Pensa che casino ci sarebbe in giro se tutti dicessero ciò che pensano senza decodifica… Dovremmo stare sempre sull’attenti e sempre in guardia a mantenere saldi i rapporti con i nostri amici. Sarebbe davvero il caos!
-Ecco perché ti dicevo che non puoi capire. E pensare che io mi preoccupavo di quel maledetto social network. Dicevo che incrinava le relazioni umane e che le amicizie non erano sincere. E quanto pagherei ora per tornare in quel luogo ameno. In quello spazio evanescente fatto di azzurro, foto e parole tra esseri umani. E libertà di espressione.
-Foto? Parole?
-Foto, sì, hai sentito bene mia cara… C’erano ancora le foto.
-Quanto ne vorrei vedere una, nonna.
-Tutto perduto cherì, solo una foto mi rimase, colpa di tuo nonno che fotografò lo schermo. Diceva che un giorno ci avremmo riso sopra… Adesso la guardo e piango. Piango su quel selfie tanto di moda, sul questo muso allungato e sullo sfondo del bagno ancora piastrellato di quegli anni. Mi guardo in quella posa che tanto odiavo. Io la ribelle, al diavolo la conformità.
Eppure oggi mi pento, mi dolgo e spiego a te che non capisci cosa ho perso.
Chi mi poteva dire che quello che sarebbe venuto dopo sarebbe stato peggio, molto peggio…

(continua…)

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L’oscuro passeggero

Stare troppo tempo lontani dalle proprie abitudini crea una patina invisibile attorno alla coscienza. Ti forgia, ti mette continuamente alla prova e ti urla in faccia chi sei e quanto vali. A volte guardi chi ti sta accanto o semplicemente chi ti circonda: tutti pronti a millantare le proprie gesta, tutti pronti a dispensare consigli, a ergersi maestri supremi. Non sentirai mai pronunciare a qualcuno le parole“ per me è stata dura” oppure “ho paura, devo affrontare questa nuova esperienza”. Allora pensi di esser da meno.
Pensi di essere da meno anche se ti telefona un amico per dirti che ha acquistato la nuova scheda madre del computer, che ha assemblato tutti i pezzi di quella e di altre scatole, e tu che credevi di esserne capace magicamente ti scopri un banale essere umano. Con le sue insicurezze, con la sua voce interiore sempre pronta a puntare il dito contro, con quegli occhietti giudicanti e la vocina stridula di chi ti grida che puoi fare di più. Io dico: assoluzione. ASSOLUZIONE. Per questi esseri imperfetti che noi tutti siamo, assoluzione per i passeggeri oscuri all’interno noi, per le paure, per le insicurezze, per le piccole ossessioni. E se trovi una persona, una sola persona che si metta a nudo con te e che ammetta davanti al tuo muso di provare i tuoi stessi timori, gioisci, tienitela stretta e ricorda che forse tu per primo per lui rappresenti un punto di riferimento. Proprio tu che se ti guardi allo specchio ti trasformi nel giudice supremo di te stesso.
Qui non si vince niente. Ci han concesso solo una vita, soddisfatti o no qui non rimborsano mai…

La società inadatta

resistere, società, inadeguatezza,lavoro giovani, 2000, ilalia, bel paese, ragazzi disoccupati, disoccupazioneGli amici sono la cosa più bella del mondo. Ma, in tutta franchezza, non servono a un cazzo. Si è sempre soli. C’è chi dice che il vero amico si vede nel momento del bisogno ed io sono d’accordo: il suo bisogno.
Quando c’hai un problema è bello avere un amico che ti ascolti, e sai che ti dice? Quello che tu diresti a lui in una situazione analoga: parole totalmente inutili. Inutili per te, chiaro. Quel povero cristo sta a là a dirti tutto quello che ti diresti da solo se fossi al suo posto, ossia cose di cui non te ne fai niente. E superata la soglia del macina testicoli, lui torna alle sue scartoffie, al suo lavoro o se, come sovente accade, non ha un impiego, al suo cazzeggio che di certo è ben più interessante delle tue paranoie sulla vita, sull’amore e sulla morte. Ma perché cazzo ci interroghiamo su questi argomenti, così dannatamente demodè?
Te lo dico io perché: hanno creato una società nella quale ci hanno forzatamente impiantati e ci hanno indotto sogni, aspettative, velleità. Ma la società è fallita. Niente più boom economico, seicento Fiat. Niente di niente. Il bel paese di ‘sto cazzo. E intanto imperversano gli iPhone e se non c’hai l’iPhone sei outsider e se sei outsider ti viene la depressione. Così chiedi i soldi a mamma e papà per il consulto psichiatrico. Allora? Potevano cambiare almeno le aspettative, che ci vuole? Basta bombardarci con pubblicità diverse, che ne so, magari qualcosa che rappresenti il rurale, la campagna, la semplicità… Così tu non ti vedi più a 40 anni con la casa, la villa, il lavoro, due figli e il recinto. No va bhè il recinto è troppo americano, ma ci siamo capiti. Immagina che bello se la nostra aspettativa fosse vivere in una casupola di campagna, coltivare un piccolo fazzoletto di terra e bere il tuorlo rosso di un uovo appena uscito dal culo di una gallina. Bello vero? Ma che ci guadagnerebbero… Allora meglio creare desideri che la gente non può soddisfare, irrorare così frustrazione, generare depressioni e false patologie, incitare alla morte, all’inadeguatezza, all’imbarazzo, all’inautenticità.
E va bene, accomodatevi pure, tanto noi, noi giovani, il futuro di un paese che sta cadendo a pezzi, resisteremo. Pochi, i peggiori forse, i pochi che non vivono di firma accattateville, di discotutteuguali e che sanno andare nel profondo, i giovani che oggi si siedono accanto a voi e vi spiegano come usare un iPhone ma non si spiegano perché voi ve lo potete comprare e noi no. Noi, in un modo o nell’altro, in questa merda fatta di sogni delusi, tempo non giusto, istruzione negata, identità lavorativa privata, possiamo dire di aver vissuto una vita che andava vissuta. E questo nostro malessere momentaneo ne è la prova, noi possiamo dire che non siamo stati parte, se pur non volontariamente, di un sistema che ci vede replicanti di un lavoro, dopo lavoro, famiglia, lavoro, dopo lavoro, famiglia, lavoro, dopo lavoro famiglia…

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Nicotina 03,
la finta pagina bianca,
il codice binario irride all’ignoranza.
Con la web cam dal nastro isolate nero
non si va lontano.
Quest’era fa provvista di privacy.
A testa bassa sugli smartphone,
piccoli cyborg arenati e iperconnessi
dal pensiero frammentato, i pensieri frammentati.
Connessione 100 mega,
la mail lampeggiante,
il drag and drop ,
le dita avvezze al tocco leggero ora.
Secche le fessure sulla faccia
Gli sms dai 100 caratteri?
Il tendine si infiammava e il battito galoppava.
Perituro.
Solo il ricordo vanescente ci resta.
L’attività cerebrale ancora funzionante.
Comparti stagni e il cervello pieno di pop-up,
apri in una nuova finestra, ora,
prima che sfugga. Ancora, ancora, e ancora.