Un-due-tre, prova costume. Lo specchio è il Tribunale del corpo. Implacabile. Troppo facile, però, per un pezzo di vetro. Perché mi sento solo quando sono in compagnia ed amo la compagnia di quando resto da solo? Preferisco la montagna, lei il mare. Le vacanze intelligenti. Ma che voglia di schiacciare quel brufoletto, di affondare le dita nelle sue maniglie, di carezzare il suo naso aquilino, di fissarle i denti sgrammaticati, di cercare la peluria inconsapevole lungo il suo corpo, di massaggiargli il cuoio capelluto alleggerito di troppi capelli, di amare le sue fossettine nelle gambe, di apprezzare il suo seno per la presenza e non per la dimensione. Toccare la carne altrui per sentirsi più vivi? Provateci. La ricerca del “difetto”, dello strabismo di Venere, della pronuncia blesa, delle sfumature diverse nel colore dell’iride. Scoprire le peculiarità. Avevo un’amica incredibile, bassina e dalle braccia muscolose, capelli cortissimi, culo perfetto e cucito addosso al suo jeans preferito. Rideva in situazioni tristi e piagnucolava davanti a situazioni esilaranti. Mi faceva impazzire la sua decostruzione dei canoni, anche estetici. Ora non c’è più, era solamente un parto della mia mente. Lucy in the sky with diamonds. Il costume dell’anno scorso non mi entra più. Ho preso un paio di forbici e l’ho ridotto a tanti pezzettini irregolari di cotone pregiato. Dal balcone ho lasciato andare al vento come farfalle da un pollaio i brandelli di ricordi destinati solo a sbiadirsi. Seguo per infiniti minuti la direzioni dei coriandoli, fino a perderli di vista tutti. La festa appena cominciata. Rientro in casa, non c’è nessuno. La radio è accesa…Everywhere is calm, Hong Kong is present, Taipei awakes… Apro l’armadio uno specchio enome mi da’ il buongiorno. Mi soffermo su quelle leggere efelidi sul viso. E sorrido.
Morti enfatizzate, morti dimenticate. Il qui ed ora delle riflessioni più autentiche si dipana in questi versi di Bruno Pompili: arricchimento per la Mente, nutrimento per l’Anima.
«Già combatton la colomba e il leopardo» ovvero: della sproporzione e della dimenticanza
Chi di spettacolo vive spettacolarmente è sepolto anche le emozioni sono pur giuste per il calciatore per il cantante per il corridore ciclista e del granprix di due o quattro ruote di ogni gestore del gran gesto agli occhi colmati d’impresa
— metteteli voi i nomi se non li avete dimenticati —
le emozioni sono giuste anche necessarie per vivere in qualche modo con meno vergogna
— metteteli voi i nomi se non li avete dimenticati se non avete confuso quelli delle vittime con gli uccisori sacrifici umani erano richiesti e sono stati compiuti con l’accordo della dimenticanza —
ricordiamo come è stato sepolto l’operaio uno al giorno difficile memoria il poeta ogni tanto ancor meno importa se non c’è una cronaca di gran clamore
— meno ingombro della memoria e ne siamo grati per il risparmio —
i morti son forse tutti uguali se non oggetto dei gran circoli delle opinioni di falsi o esposti esperti sul trespolo
l’ingresso è vietato ai deboli gastrici la pietra vera e falsa non serve per le lapidi dell’infanzia né per le smorfie dei vecchi è solo il tempo che va consumato dicendo che sempre manca e ne riparleremo
ma sappiamo anche che abbiamo abusato degli alberi per carta senza inchiostro possibile nessuno di noi ha saputo scrivere di più per i morti confusi nell’ultimo mucchio
nessun Lamento abbiamo scolpito per ricordare meglio e di più nessun pianto abbiamo rinnovato dove «combatton la colomba e il leopardo»
son forse i morti meno importanti meno uguali più uguali o senza voce i sopravviventi in fila d’attesa alla scomparsa
— metteteli voi i nomi se sopravvivono alle parole
I più accorti (categoria piuttosto esigua) saranno già alle prese con bigliettini d’auguri, presenti, fiori, magari un pranzo prenotato. Altri ripiegheranno alla meno peggio la domenica stessa con un’ improvvisata o una telefonata. Ed anche ai rimanenti, compresi gli orfani di tale legame o i più ostentati menefreghisti, giungerà qualcosa, sia la chiacchiera d’un passante o il Doodle modificato del noto motore di ricerca, che innescherà perlomeno un qualche pensiero. Tacito, sfuggente, magari soffocato. Festa della Mamma. Ben più significativa di 19 e 8 Marzo (con buona pace delle femministe più accanite) così come di altre ricorrenze affini e, proprio in quanto tale, infinitamente più inutile delle stesse. Banale cinismo di controtendenza, anticonformismo? Naaa, tutt’altro. Date uno sguardo qui sotto…
Se nessuno di questi video, dal più struggente al più ironico, ha pizzicato qualche corda (probabilmente più d’una) dentro di voi, forse gli esperti di marketing e comunicazione che li hanno concepiti non meritano affatto i loro bei stipendioni. Ma ne dubito. Ben lungi dall’aver bisogno di una festa istituzionalizzata, la figura della madre, genitrice ed educatrice, ha un posto d’onore riservato a vita dentro di noi, oltre che per le dinamiche biologiche alle quali non possiamo sfuggire, soprattutto per quelle sociali che ci porteranno a diventare adulti. Nonostante possa apparire scontato, forse è il caso di cogliere l’occasione di tale ricorrenza per ribadirlo. Perchè il fatto di trovarci nel Bel Paese, che per tradizione socio-culturale poggia le sue fondamenta su mamme ingombranti e mammoni irrecuperaibli (con complicità e tacite connivenze da ambo i lati) , ci porta a distorcere o come minimo intorpidire la corretta percezione di questa relazione. Il che è evidente per gli eterni bamboccioni di cui sopra ma, a ben vedere, spesso risulta vero anche per chi non appartiene alla categoria e tende invece ad eccedere in senso contrario. “Mamma”. Una parola che ci ritroveremo in bocca un’ infinità di volte, nei momenti più disparati; non a caso, quasi sempre la prima ad essere pronunciata dopo la nascita. La nostra primissima forma di interazione, che resterà paradigmatica nel corso di tutte le altre; tant’è che da decenni risulta un’inesauribile fonte di guadagno per schiere di psicologi e terapisti. Un legame che per sua natura nasce già intrinsecamente contraddittorio, conflittuale, destinato a ridimensionarsi nel tempo, spesso a fratturarsi e risanarsi ciclicamente sino, in molti casi, a ribaltarsi completamente in età avanzata. Incomprensioni e brutture, affetto e bisogno reciproci, indissolubilmente mescolati fra loro. E il nostro continuo glorificarlo, sbeffeggiarlo o minimizzarlo (sia esso un legame positivo, negativo o semplicemente inesistente) è la prova più palese di quanto tale vincolo sia criticamente centrale nella vita di ognuno di noi. Qualcosa alla base di meccanismi troppo personali e sfaccettati per ridurli ai banali “bamboccioni vs. indipendenti” o “premurose vs. severe” di una Italietta sempre troppa divisa (e ansionsa di dividersi) in fazioni contrapposte per lasciare il giusto spazio a riflessioni di ampio respiro. Ad ogni modo, il miglior augurio per il 13 Maggio (se non per tutti, sicuramente per molti) non può che essere quello di mettere da parte le melodie strappalacrime di Toto Cutugno ed evitar di svaligiare fiorai e dolcifici, magari per compensare incazzature e silenzi passati (o futuri). Meglio lasciarselo scorrere tranquillamente adosso, approfittando per prendere il minutaggio di quelle 24 ore consacrate e dilazionarlo scientemente lungo i restanti 364 giorni dell’anno. Nella speranza di una maggiore consapevolezza, e dunque sanità, del complesso, delicato, affascinante rapporto genitori/figli. Un rapporto che troppo spesso non siamo abituati a guardare dritto neglio occhi. E che probabilmente reclama un’attenzione diversa rispetto a regalino e bacetto standard all’occorrenza.
“Hai da fare sabato sera?” “Occupata. Devo suicidarmi.”
E fingiamo per un attimo che sia vero, così come dice la ragazza angolo del buonumore al povero Woody Allen nei panni di Sam, dinanzi alla testimonianza di un’opera di Pollock. Ecco, supponiamo che sia vero. Sabato sera sono impegnata a suicidarmi. Restano pochi giorni. Che fare? Morire in grande stile? Organizzare, anche per quell’occasione, tutto nei minimi dettagli? Essere efficienti e pedissequi fino all’ultimo momento? Fino all’attimo in cui si decide di staccare la spina? Bhà, spina poi, magari fosse così semplice. Se sei impegnato, di sabato sera, a suicidarti, di certo non sarà staccando una spina che spirerai il tuo ultimo respiro. Al massimo dovresti riformulare la tua affermazione asserendo “ siamo impegnati a suicidarci”, sì perché per andartene piacevolmente e senza troppe e atroci sofferenze converrebbe inalare del gas, così che se decidessi di “aprire” i fornelli in cucina probabilmente salterebbe all’aria la casa e procureresti disastri di portata di gran lunga maggiore rispetto al tuo singolo, piacevole e innocuo suicidio. Poi ci sono i farmaci ma se sbagli e resti in vita poi diventi solo una gran seccatura per chi ti sta intorno. Ma basta divagare. Eravamo lì, verosimilmente verso l’inizio della settimana a progettare di schiattare di sabato sera. Pochi giorni, dunque, da vivere. E forse gli unici. Dieci cose da fare prima di schiattare. Banale? Vediamo … 1)Entrare in un ascensore gremito di un grattacielo di uffici diretto al ventunesimo piano e lasciare intendere agli altri, vestiti di tutto punto, le pietanze della cena della sera prima 2)Questa è seria: dire al tizio che ti è sempre piaciuto ma che non ti ha mai cagata che è soltanto un fricchettone che si beve ancora la spremutina di mamma e chi te se incula? 3)Entrare in un cinema a luci rosse allo spettacolo delle 15:30 per vedere se c’è davvero ancora qualcuno che non conosce l’avvento di youporn. 4)Imparare le divisioni con la virgola.(Che all’inferno non si sa mai, magari possono tornare utili) 5)Un funghetto trallallà. 6)Avere una breve relazione con un giapponese bello. 7)Trascorrere una notte in Tiburtina assieme alla pazza del tavernello bianco e regalarle una bottiglia di Verdicchio dei Castelli di Jesi. 8)Questa non si può dire. 9)Entrare in chiesa e rispondere alla frase “con cristo in cristo per cristo” con un bel “ippip urrà!” 10)Amare qualcuno.
Sto ridendo a crepapelle. E mi chiedo come sarebbe ridere senza nemmeno un dente. Santo Cielo- potrei pensare- questo è l’inferno! Poi mi ravvedo e dico che è molto peggio. Ed è uno spasso. Siamo in Polonia, a Wroclaw precisamente. Lui e lei fidanzati. Lui e lei lasciati. Lei dentista, lui non ci importa. Pochi giorni dopo la rottura lui, il genio, si reca nell’ambulatorio della sua ex dolce metà, per un intervento di chirurgia odontoiatrica programmato da tempo. Una volta disteso sulla poltrona la donna gli somministra una massiccia dose di anestetico e gli estrae tutti i denti. Uno per uno. Vendetta su vendetta. E se mi immagino la scena mi scappa da ridere con tutti i miei denti, e non posso farci nulla. E il bello deve ancora arrivare: l’integerrima e professionale odontoiatra gli fascia mandibola e testa per impedirgli di aprire la bocca, raccontandogli di presunte complicazioni. E come se non bastasse gli consiglia di rivolgersi ad un altro specialista. Insomma la sfiga si accanisce su questo poveraccio: fidanzato (prima sciagura), interrompe la relazione (un accenno beffardo di una dea bendata riparatrice tristemente abortito), resta senza denti [( il che sottenderebbe diversi significati se fosse un sogno (sì lo so che non è un sogno/ è questo il bello)] e per poter riconsiderare la sua bocca degna di tal nome e non accostarla alla triste immagine dell’unico orifizio che ci viene in mente pensando ai babbuini, dovrà spendere una fortuna ! Ma , in fondo, a ben guardare, una vera grande fortuna l’ha ricevuta. E’ stato lasciato in tronco dalla sua nuova fidanzata, dolce e magnanima anche lei, che avrebbe dichiarato “non posso stare con un uomo senza denti”.
Da una parte e dall'altra, la scrittura-lettura si dilata all'infinito, impegna l'uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che "non potrà fermarsi da nessuna parte".